La Repubblica Popolare Cinese è una grande potenza mondiale di cui si parla molto, ma che si conosce poco. Oltre una indiscussa crescita economica, la Cina odierna vive tensioni sociali molto forti e degrado. I fenomeni discriminatori di ogni tipo sono particolarmente gravi. Stando ad una recente indagine dell'Università di Pechino, l'85,5% delle persone intervistate ritiene che nel paese sussistano seri problemi di discriminazione sul lavoro. Una delle più gravi è quella verso i portatori di epatite B: in Cina ci sono quasi cento milioni di portatori del virus e da alcuni anni la discriminazione nei loro confronti si sta aggravando. Non trovano impiego ed ai loro figli è negata l’iscrizione negli asili. La lista delle persone discriminate in Cina è molto lunga: malati di AIDS, disabili, diabetici, depressi, daltonici, obesi, persone diversamente abili, lavoratori migranti, minoranze etniche e religiose, anziani.
Vi sono discriminazioni che quotidianamente colpiscono la vita di centinaia di milioni di persone in Cina. Sono discriminazioni che non causano morti, ma causano sofferenze immense per un gran numero di persone. E’ il caso della discriminazione contro i portatori di Epatite B. Nella Repubblica Popolare vi sono circa 120 milioni di portatori di Epatite B che subiscono gravi discriminazioni in particolare nel lavoro.
La grande maggioranza di portatori di Epatite B in Cina sono infettati alla nascita, mentre altri lo sono stati a causa del riuso di aghi non sterilizzati durante le vaccinazioni di massa, negli anni ’70-’90, contro la tubercolosi, il tetano, l’encefalite. Non sono discriminati solo adulti in cerca di lavoro: lo sono anche molti giovani nelle scuole e costretti ad utilizzare servizi separati.
Per le case farmaceutiche le cure contro l’Epatite B sono una fonte inesauribile di guadagno. Vengono diffuse campagne pubblicitarie che volutamente esagerano i rischi dell’infezione ed i rischi della malattia. L’eco dei media, inoltre, non fa che fomentare l’isteria degli imprenditori e datori di lavoro che faticano a comprendere che la diffusione dell’infezione può avvenire solo attraverso fluidi corporali.
Una recente inchiesta portata a termine da un’organizzazione cinese molto attiva nella difesa dei diritti dei portatori di Epatite B in Cina, Yirenping1, mostra come soprattutto le aziende multinazionali (cinesi e straniere) discriminano i portatori di Epatite B in cerca di lavoro. I dati sono significativi: l’84% delle aziende multinazionali richiede di effettuare obbligatoriamente l’analisi del sangue a tutti coloro che fanno domanda di impiego. In base all’art. 30 della Legge sulla promozione dell’occupazione e dell’art. 19 dei Regolamenti sui servizi all’occupazione e gestione dell’occupazione, in vigore dal 1 gennaio 2008, nessun datore di lavoro al momento dell’assunzione deve rifiutare di assumere un portatore di malattie infettive, prima di aver accertato l’effettiva possibilità di contagio dell’infezione sul luogo di lavoro. Ma le aziende non sembrano essere molto preoccupate del dettato legislativo. Il 44% delle aziende multinazionali rifiuta a priori di esaminare domande di lavoro di portatori di Epatite B. Molti asili (pubblici) rifiutano di accettare figli di portatori di Epatite B. La nuova Legge sulla promozione dell’occupazione contiene specifici riferimenti contro qualsiasi discriminazione nel lavoro, ma un reportage apparso sul quotidiano Ming Pao di Hong Kong denuncia l’azienda Li Man Feng Yuan di Shenzhen per aver costretto cinque donne in gravidanza a licenziarsi.
Non sono solo i portatori di epatite B e le donne a subire discriminazioni nel luogo di lavoro. Abusi e discriminazioni sono realtà quotidiana anche per 130 milioni di contadini cinesi che dalle aree rurali sono migrati verso i distretti industriali delle grandi aree urbane in cerca di lavoro negli ultimi anni. Stime recenti calcolano che il numero supera i 200 milioni se si calcolano i migranti che lavorano nelle zone limitrofe alle grandi città. E’ grazie a questa migrazione - interna - di dimensioni inaudite che sono state costruite le moderne città cinesi, i fasti della Cina dei Giochi Olimpici. I cantieri aperti nei grandi centri urbani come Shenzhen e Shangai continuano ad aumentare: nuovi grattacieli, nuove gigantesche strade in immense città anonime, simulacro della modernità.
In queste città-simbolo continuano ad aprire (e chiudere) nuove aziende o impianti produttivi decentrati. Cantieri e grandi aziende sono la meta finale del lungo viaggio che porta i contadini cinesi ad abbandonare i loro villaggi in cerca di guadagni migliori di quelli che può garantire la coltivazione della terra, ma non privi di “costi sociali”, in particolare per coloro che migrano portando con sé con i propri figli. In base ad una ricerca effettuata dal China Labour Bulletin2, il 50% degli studenti migranti in Guangdong giocano solo con altri figli di migranti. La discriminazione non è legata solo all’ambito scolastico. I bambini migranti sono fortemente discriminati anche dal sistema di registrazione delle persone fisiche: l’hukou. E’ un sistema di registrazione che vede attribuire ad ogni singolo individuo nato in Cina, l’appartenenza ad una specifica località: quella di nascita. Il sistema consente di regolare l’accesso alle risorse ed in particolare al welfare (educazione e sanità). Il sistema dell’hukou istituzionalizza la pratica di trattamenti differenti per i cittadini cinesi a seconda del loro luogo di nascita e dello status dei loro genitori. I cittadini delle zone rurali sono di fatto cittadini di seconda classe.
Non sorprende, pertanto, che i contadini migranti siano protagonisti della maggior parte delle proteste e delle rivendicazioni pubbliche in Cina. Negli ultimi anni le proteste sono cresciute esponenzialmente. Si calcola che nel 60% delle azioni di protesta siano coinvolti in prima linea lavoratori migranti. Protestano pubblicamente contro le violazioni dei loro diritti quali il mancato pagamento dei compensi/salari, l’assenza di copertura previdenziale, il mancato pagamento delle liquidazioni, orari di lavoro inumani, discriminazioni di ogni sorta.
Sotto i ponti di Shenzhen nel tardo pomeriggio o a prima mattina si vedono crocchi di lavoratori migranti senza tetto bere del tè prima di affrontare una giornata di lavoro o di ricerca di lavoro. Dal grande boom degli anni ’80-‘90 della zona economica speciale di Shenzhen non si era mai visto nulla di simile. E’ il segno della crisi, quella economico-finanziaria che ha colpito anche il nuovo centro del capitalismo mondiale, ma anche di una crisi sociale di cui non si parla. La Cina è un grande paese ancora sconosciuto.
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