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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Articolo tratto dal Centro di ricerca per la Pace (nbawac@tin.it)).
Sotto il brutale regime di Saddam Hussein le irachene beneficiavano di
alcune delle politiche piu' "amiche" delle donne nel mondo arabo. Oggi,
sotto il nuovo governo dominato dagli sciiti, le milizie islamiste
minacciano e uccidono le donne che non seguono il loro codice
d'abbigliamento o le insegnanti che istruiscono donne analfabete. In
Giordania, Siria ed Egitto, e nella maggior parte dei paesi arabi, un uomo
che uccida una parente di sesso femminile per difendere "l'onore" della
famiglia riceve una pena ridotta, o puo' anche non finire in prigione del
tutto.
Nei territori palestinesi, nonostante la presenza di un forte e
vibrante movimento delle donne, gli stupratori non vengono perseguiti,
mentre le loro vittime vengono forzate a sposarli per proteggere la
reputazione della famiglia. In Iran, paese non arabo, le donne vengono
lapidate a morte per adulterio, e gli uomini possono usufruire di "matrimoni
temporanei" se vogliono fare sesso fuori dal legame coniugale.
Il quadro e' molto differente per le donne di un piccolo paese nordafricano,
la Tunisia, che si dice orgoglioso delle sue differenti origini (araba,
islamica, mediterranea) e del suo attenersi a valori di moderazione,
tolleranza, pluralismo religioso ed eguaglianza per le donne. Le donne
costituiscono un terzo dei docenti universitari tunisini, il 58% degli
studenti universitari, piu' di un quarto dei giudici, il 23% dei membri del
Parlamento ed hanno forte rappresentanza in polizia e nelle forze armate. Il
tasso di analfabetismo delle donne e' crollato dall'82% del 1966 al 31% del
2004.
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La Banca della Solidarieta' tunisina concede prestiti alle donne
imprenditrici come Gamra Zeid, una madre trentottenne con la licenza media,
che ha ricevuto 10.000 dinari tunisini (circa 7.700 dollari) per aprire una
fabbrica di suole da scarpe. Alle donne sono stati forniti questi prestiti
per aprire pasticcerie, centri diurni, negozi di abbigliamento, eccetera. E
il loro lavoro contribuisce in modo significativo all'economia tunisina: le
imprese dirette da donne hanno il doppio di possibilita' di sopravvivenza,
dopo i primi cinque anni, rispetto a quelle dirette da uomini. Ma cio' che
distingue nettamente la Tunisia da altri paesi arabi o a maggioranza
musulmana, sono le sue politiche rispetto a matrimonio, divorzio, sostegno
ai bambini, interruzione di gravidanza, delitti d'onore e violenza
domestica. Dopo tutto, ha importanza che una donna possa andare
all'universita', dirigere i propri affari ed essere eleggibile ad una carica
politica, se non puo' scegliersi il marito ed essere libera dalla violenza
perpetrata su di lei dalla sua stessa famiglia?
La Tunisia ha le politiche piu' progressiste del mondo arabo rispetto alle
donne, sin da quando il presidente Habib Bourguiba proclamo' il Codice sullo
status personale nell'agosto 1956, subito dopo aver dichiarato
l'indipendenza del paese dalla Francia. Il Codice abolisce la poligamia
senza eccezioni, e punisce l'uomo che sposi una seconda moglie con un anno
di prigione e una multa. Proibisce ai mariti di divorziare unilateralmente e
da' alle donne piu' diritti di custodia sui bambini. Bourguiba e i liberali
nazionalisti che andarono al potere nel 1956 non stavano rispondendo alle
richieste di un movimento femminista, perche' all'epoca non ve n'era alcuno.
Vedevano il miglioramento dei diritti delle donne come una parte integrante
del loro sforzo per fare della Tunisia un paese moderno, libero da
"anacronistiche tradizioni e mentalita' di retroguardia". Si basarono molto
sulle idee di Tahar Haddad, il riformatore islamico tunisino che scrisse il
famoso libro "Le nostre donne nella sharia e nella societa'" piu' di
settant'anni orsono.
"L'Islam e' un'infinita fonte di progresso", scrisse Haddad, "Predica
l'uguaglianza fra tutte le persone, in particolare fra uomini e donne, che
Dio ha creato come uguali". Haddad si batteva contro i matrimoni forzati di
ragazze molto giovani e voleva che le donne avessero il pieno diritto di
lavorare fuori casa.
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Il dottor Kamel Omran, un imam tunisino di gran nome, e docente
all'Universita' di Al-Zaytouna, segue la tradizione di un Islam moderno
nella sua interpretazione dei versi coranici sulla poligamia. La maggior
parte dei musulmani, e dei non musulmani, crede che il Corano permetta ad un
uomo di avere sino a quattro mogli. Ma non e' cosi', spiega il dottor Omran:
"Il Corano limita la poligamia ad un contesto specifico. Agli uomini era
permesso sposare altre donne se erano vedove o orfane di guerra, perche'
durante la guerra i loro mariti e padri erano stati uccisi (Corano, Sura 4,
v. 3). In Tunisia vi e' un consenso condiviso fra religiosi, laici ed
opinione pubblica che rende la poligamia assolutamente improponibile".
Confrontate l'interpretazione tunisina del Corano con quella che ne fanno in
Arabia Saudita, dove nello scorso marzo si e' permesso ad un uomo di 110
anni di sposare una trentenne, perche' "la moglie, di 85 anni, non e' in
grado di soddisfarlo".
"E' il costume, non la fede, ad essere responsabile di questo tipo di
interpretazione patriarcale dell'Islam", dice ancora l'imam Omran, "Seguire
il Corano e la Sunna, le tradizioni del profeta Maometto, dovrebbe rendere
le persone piu' consapevoli del valore delle donne, non meno". Omran
aggiunge che non vi e' precetto religioso che obblighi le donne a coprirsi
la testa.
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La Tunisia e' il solo paese arabo a maggioranza musulmana dove
l'interruzione di gravidanza e' legale durante il primo trimestre, e dove le
donne possono ottenere l'intervento a spese dello stato e senza che sia
richiesto il permesso del marito. Ma non devono usare l'interruzione di
gravidanza come metodo di controllo per le nascite, come sono costrette a
fare in alcuni paesi in via di sviluppo: la Tunisia ha realizzato un
ambizioso programma di pianificazione familiare, tramite l'informazione e
l'accesso ai contraccettivi.
Nel 1993, Zine El Abidine Ben Ali, che successe a Bourguiba come presidente,
emendo' il Codice sullo status personale per garantire alle donne maggiori
diritti. In quel momento vi era un movimento femminista attivo a cui si deve
molto per questi cambiamenti. Non era piu' richiesto ad una donna di
obbedire a suo marito, fu stabilito un fondo speciale per dar sostegno alle
madri divorziate, e fu possibile da allora per le donne tunisine trasferire
la propria nazionalita' ai figli. E l'articolo 207 del Codice penale che
riduceva le pene per i "delitti d'onore" fu abolito. Precedentemente, un
uomo che ammazzasse la moglie perche' adultera era colpevole semplicemente
di "condotta disordinata", oggi e' passibile di ergastolo per omicidio. In
Pakistan, se vogliamo fare un confronto, un fratello che uccide sua sorella
puo' scampare a qualsiasi conseguenza "confessando" il delitto al padre, che
prontamente lo "perdona" e chiude la questione.
Souad Khalfallah, presidente dell'Alleanza delle donne avvocate, ricorda che
i fondamentalisti islamici si opposero alla cancellazione dell'articolo 207.
"All'epoca ero studente all'Universita' di Tunisi. I fondamentalisti
venivano a distribuire nel campus i loro volantini, con su scritto:
'Applichiamo la legge coranica! Il Codice sullo status personale e'
anti-coranico'. Ma il governo rifiuto' di lasciarsi intimidire".
La Tunisia continua ad essere il baluardo dei diritti delle donne arabe.
Quest'anno, incoraggiato dall'Unione nazionale delle donne tunisine,
dall'Associazione tunisina delle donne democratiche e da altri gruppi
femminili, il governo ha lanciato una campagna su larga scala per
contrastare la violenza domestica. La coordinatrice del progetto e' Nabila
Hamza, del Consiglio nazionale per la famiglia e la popolazione, che dirige
i programmi di pianificazione familiare e di salute riproduttiva. Il
progetto contro la violenza domestica sta monitorando il territorio
nazionale per accertarne la frequenza, e sta lavorando con imam, consiglieri
religiosi, poliziotti, giudici, medici, ostetriche ed assistenti sociali per
alzare il livello di consapevolezza rispetto alla violenza domestica e
trovare le misure piu' adatte per ridurla.
Sin dal gennaio 2007 si sono organizzati seminari in quattro
"governatorati", o stati (Gabes, Kairouan, Monastir e Jendouba), dove si
sono incontrati imam maschi e femmine e sapienti religiosi. "In marzo, in
Jendouba, ne abbiamo incontrati sessanta", racconta Hamza, "Hanno discusso
di come il Profeta si rivolgesse alle donne per consiglio, e come le sue
mogli, soprattutto la giovane Aisha, fossero leader religiose e persino
militari. Gli imam, uomini e donne, erano d'accordo sul fatto che
un'interpretazione corretta dell'Islam non puo' che rigettare completamente
la violenza contro le donne. L'unico punto su cui si dividevano, era se
considerare tale violenza un fenomeno isolato o un problema sociale piu'
pervasivo. Molti si sono comunque impegnati a parlare contro la violenza
domestica durante il 'khutba', e cioe' il sermone che dicono nelle moschee
ogni venerdi'".
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Puo' un paese piccolo come la Tunisia, la cui popolazione e' di dieci
milioni, dare la misura del futuro delle donne nel mondo arabo? Secondo il
rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano nel mondo arabo (2005),
l'avanzamento delle donne e' "un prerequisito per il Rinascimento arabo,
inseparabilmente legato al destino del mondo arabo ed al suo raggiungimento
di sviluppo umano".
Per chiunque voglia vedere questo tipo di Rinascimento nel mondo arabo, i
notevoli progressi delle donne tunisine sono una storia di successo che non
ci si puo' permettere di ignorare.
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo di
Andrea Barron apparso su "The Globalist" di luglio 2007.
Andrea Barron, docente, storica, saggista, giornalista, e' Program Manager
for International Affairs al Washington Center for Internships and Academic
Seminars ed e' direttrice dell'International Conflicts Seminar. Ha insegnato
alla George Mason University ed in altre universita', si e' occupata
soprattutto delle rivoluzioni del XX secolo, del conflitto mediorientale,
della condizione delle donne nel sud del mondo, di relazioni internazionali,
di diritti umani; ha pubblicato vari articoli su "Miami Herald", "Jordan
Times", "Jerusalem Post", "Journal of Palestine Studies", "Washington Jewish
Week", "Muslim Democrat", "The Forward", "Critique - Critical Middle Eastern
Studies"].
I popoli indigeni scendono in piazza per celebrare le culture originarie, per ricordare al Paese l’importanza delle tradizioni ancestrali e per rivendicare i propri diritti, purtroppo sempre più frequentemente negati.
In occasione della Settimana dedicata ai Popoli Ancestrali, che si celebra in Colombia dal 6 al 10 di agosto, centinaia di indigeni, provenienti da differenti regioni del Paese, si sono messi infatti in marcia per raggiungere la capitale colombiana.
Alle manifestazioni partecipano varie etnie originarie di differenti regioni colombiane: Embera, Nasas, Yanaconas, Guambianos, Totoroés, Kokonucos, Eperaras, Ingas, Kankuamos, Muiscas, Pijaos, Amoruas, Tikunas, Coreguajes, Wayúu, Wiwas, Awá, U'was, Arhuacos, Zenues etc., che in questo modo contribuiscono alle celebrazioni, che cadono in questi giorni, per il celebratissimo compleanno della capitale andina.
Le rappresentanze indigene intervenute all’appuntamento hanno dichiarato che la loro partecipazione obbedisce all’esigenza di non perdere occasione per far conoscere all’opinione pubblica l’importantissimo ruolo che i popoli indigeni svolgono nella difesa della madre terra e delle risorse naturali, contro gli interessi economici capitalisti che pretendono di operare uno sfruttamento irrazionale e spesso selvaggio delle risorse disponibili.
Oltre a ciò, è interesse delle popolazioni originarie rivendicare di fronte all’opinione pubblica il rispetto dei propri diritti, spesso calpestati in nome delle leggi di mercato. In Colombia, ben 18 etnie indigene rischiano attualmente l’estinzione, e molte altre si battono quotidianamente contro i gruppi armati irregolari e le imprese transnazionali che pretendono di espropriare loro i territori, non riconoscendone spesso i diritti – pur tutelati dalla legge colombiana – in merito all’autodeterminazione, alla sovranità territoriale ed alla difesa della cultura tradizionale.
Infatti, nella realtà non solo colombiana ma dell’intero sub-continente latinoamericano, sono spesso proprio gli indigeni a soffrire maggiormente le piaghe della povertà, dell’esclusione sociale e della discriminazione etnica, nonostante esistano quasi ovunque leggi a loro tutela.
Il programma della manifestazione ha previsto oggi un lungo corteo attraverso la città, esibendo le immagini della Battaglia di Boyacà, durante la quale migliaia di indigeni offrirono la loro vita per la Libertà della Colombia. “Vogliamo chiedere simbolicamente che ci venga riconosciuto l’apporto per la costruzione del Paese e l’importanza dell’esempio offerto dai popoli indigeni in termini di cultura di Pace”, hanno dichiarato alcuni dei rappresentanti intervenuti.
Il tutto, in preparazione delle celebrazioni del 9 di agosto prossimo, Giorno Internazionale dei Popoli Indigeni, nel corso del quale è prevista una sessione di dibattito nel Salone del Congresso della Repubblica, alla quale i leader indigeni si augurano intervengano i rappresentanti del Governo.
“Sarà una settimana di celebrazioni per la Dignità e la Vita, una mobilitazione permanente in difesa dei popoli indigeni, della madre terra, della vita stessa” ha detto il Presidente della ONIC (Organizzazione Nazionale degli Indigeni Colombiani) Luis Evelis Andrade Casama.
La finalità è quella di ottenere finalmente un riconoscimento non solo formale ma sostanziale dei diritti dei popoli originari, e di arrivare a costruire nel Paese una nuova cultura che valorizzi la ricchezza offerta dalle tradizioni indigene, verso una società che finalmente scelga l’inclusione e non più l’esclusione sociale, in ossequio a quanto già stabilito dalla legge colombiana, rimasta purtroppo fino a questo momento lettera morta.
Dal sito www.asud.net
“Oggi, a livello internazionale, è più probabile
che stati e imprese private vengano puniti per
aver falsificato un CD di Michael Jackson che
per aver impiegato manodopera schiava” . Kevin Bales, I nuovi schiavi
Ho un nipote che si chiama Luca. E’ questo a sinistra, tra le braccia del suo papa’, qualche mese or sono, prima che partissi per il Pakistan. Ora Luca ha un anno e tre mesi e, naturalmente: e’ bellissimo! parola di zio.
Mia sorella mi ha inviato nuove fotografie ora che e’ piu’ cresciuto. Luca al compleanno della sua amica Susanna, che fa il bagno al mare, gioca con la sabbia, guarda estasiato una motocicletta (pare ne sia affascinato).
Non e’ mai serio fare pronostici per un bimbo di quell’eta’, ma non si sbaglierebbe se si pensasse che Luca andra’ all’asilo, poi a scuola, scegliera’ che fare da grande e, speriamo, potra’ realizzare i sui sogni.
E’ piu’ facile conoscere il destino di Adam, qui a fianco. E’ quello a destra dei suoi fratelli. Un anno e mezzo, mi ha detto il suo papa’. Non direi, forse il padre ricorda che una volta ha avuto un anno e mezzo e, piu’ o meno… Comunque, Adam e’ molto piccolo, come vedete. Il padre non lo tiene in braccio, perche’ quando l’ho incontrato era intento a lavorare ed era molto occupato. Anche Adam era intento a lavorare, pero’ non lo sapeva. Adam era insieme ai suoi fratelli, bambini e bambine di poco piu’ grandi di lui, che “giocavano con il fango”, aiutando cosi’ il papa’ a fare mattoni.
Il padre ha fatto lo stesso quando all’eta’ di sei anni, la sua famiglia ha lasciato l’Afganistan. Persa ogni cosa nel loro paese, suo padre ha trovato chi ha dato loro un alloggio, acqua e luce e gli ha pure anticipato dei soldi per il cibo. E’ cosi’ che il papa’ di Adam e’ diventato uno schiavo. Qualcuno ha ipotecato il suo futuro ad un fabbricante di mattoni.
E’ cosi’ che Adam e’ schiavo e fabbrica a sua insaputa i mattoni all’eta’ di un anno e mezzo.E’ piu’ facile indovinare il futuro di Adam. Adam non andra’ all’asilo, non andra’ a scuola, non potra’ scegliere che cosa fare da grande. Difficilmente potra’ realizzare i suoi sogni, se non, forse, quello di ottenere da chi gli fara’ visita in futuro di poter dare un’educazione ai suoi figli. In fila accanto a lui a fare i mattoni e a sorridere agli stranieri in visita, che stringeranno loro la mano stirandosi un sorriso forzato sulla bocca.
Il bounded labour - o schiavitu’ da debito- non e’ una nuova forma di schiavitu’, esiste da secoli. Nel Sud-Est asiatico era originariamente collegato al sistema delle caste che, sebbene espulso dalla legge o dalla religione, lavora ancora per distinguere un essere umano dall’altro e disegnargli addosso presente e futuro.
La maggior parte dei lavoratori nelle brick kilns, le fabbriche di mattoni, nella NWFP sono Afgani. In altre aree sono soprattutto migranti interni, cristiani e lavoratori stagionali che si dividono l’anno fra bounded labour e servitu’ della gleba nei latifondi. In tutto, circa mezzo milione di uomini, donne e bambini lavorano nelle fornaci.
In Pakistan il bounded labour e’ stato abolito da una legge del 1992. C’e’ voluta una storica pronuncia della Corte Suprema perche’ si arrivasse ad ottenerla, grazie anche alla mobilitazione dei sindacati. Tra le forme peggiori e diffuse di sfruttamento del lavoro, la schiavitu’ da debito e’ diffusa nel settore dell’agricoltura -dove i grandi proprietari terrieri detengono in servitu’ migliaia di famiglie in regime feudale.
I grandi proprietari terrieri furono gli eredi del Pakistan indipendente, dopo la divisione dall’India. La quasi totalita’ delle industrie stavano oltre il recente confine ed i signori feudali cominciarono a governare il paese senza permettere che i propri privilegi venissero scalfiti.
L’altro grande settore che applica in maniera estensiva il bonded labour e’ quello delle fabbriche dei mattoni.
In realta’, si tratta di fornaci dalle alte ciminiere attorno alle quali si raccolgono sin dall’alba (quando lavorare e’ piu’ fresco) centinaia di persone, decine di famiglie dalle case di fango all’interno del complesso. In zone definite, la maggior parte di loro si accuccia sul terreno argilloso mescolando acqua, fango e malta, mettono negli stampi la mota e aggiungono un altro mattone alla fila, che sembra gia’ senza fine. Mille mattoni, duecento rupie. Sono due euro e mezzo. Si fa la pausa nelle ore piu’ calde, si riprende fino a notte per dieci, dodici ore di lavoro.
Adam a modo suo e’ gia’ un pathera, cioe’ uno addetto alla preparazione dei mattoni da cuocere e all’impasto per la preparazione. La gerarchia e’ molto rigida e la divisione dei compiti rispecchia le varie fasi della lavorazione, senza facili passaggi dall’uno all’altra. Adam sta nel gradino piu’ basso. Forse, tra i suoi sogni, ci sara’ quello di diventare un jamadar, “caporale” che controlla anche l’andamento dei lavori. Anche il jamadar e’ indebitato col padrone. E’ lui che riceve le somme da anticipare ai questuanti, comprandone cosi’ l’intera famiglia. Perche’ se il debitore si ammala, muore o fugge, saranno i suoi figli o sua moglie a dover ripagare il debito dagli interessi insostenibili.
Tutti vivono nelle case di attorno alla fornace. Cosi’ sono controllati e a nessuno viene in mente di fuggire. Poi, anche fuggissero: non sono rifugiati registrati, la polizia li acciuffa e li riporta indietro (alla fornace, non in Afganistan), bambini compresi, con tanti saluti al signor padrone e perche’ non entrate a bere un te’?
L’anno di lavoro in una brick klin e’ fatto di poco piu’ di 200 giorni. Non si lavora durante la stagione delle piogge. Quindi non si guadagna, ed il pathera deve chiedere un altro anticipo al padrone della fornace. Poi ci sono i funerali, i matrimoni… in caso di infortunio, il padrone anticipa le spese per le cure e segna sul libro.
Segna quello che gli pare, tanto nessuno insegnera’ ad Adam a leggere.
Sul piatto 200 milioni di euro. E un obiettivo ambizioso: sconfiggere la povertà in Sud America creando piccole e medie imprese.
Nascerà a Bogotà, in Colombia, la Fondazione per il microcredito del Banco Bilbao Vizcaya Argentaria, che finanzierà attività di microfinanza nel continente.
Per saperne di più www.bbva.es
Articolo tratto dal N.31 di Vita (4-10 agosto 2007).
L’Iscos è presente in Burundi dal 2004, anno in cui ha avuto inizio un progetto di formazione formatori di dirigenti sindacali della CoSyBu (Confederazione dei Sindacale del Burundi) che si è concluso il 28 febbraio del 2006, attraverso un cofinanziamento della Commissione Europea nella linea dei diritti umani. 43 dei 47 sindacalisti formati, di cui il 51% sono donne, hanno costituito l’Associazione Formatori Sindacali (A.Fo.Sy) con l’obiettivo di diffondere la formazione tra le varie categorie nelle diverse province del paese.
L’Iscos, a conclusione del progetto, ha garantito con fondi propri il mantenimento della sede con il duplice obiettivo: facilitare l’azione della Confederazione e, allo stesso tempo, permettere all’Associazione dei formatori di avere la sala per svolgere la loro attività formativa e rafforzare in questo modo la Confederazione.
L'intervento dell'Iscos è avvenuto in un periodo cruciale della storia del paese, dopo tredici anni di caos istituzionale, stragi, crescente degrado economico e sociale. Il Burundi passava da un Governo di transizione previsto dal primo Accordo di Arusha (28/08/2000) a un regime effettivamente democratico nato attraverso diverse consultazioni elettorali fino all’elezione come Presidente della Repubblica il 19 agosto 2005 di Pierre Nkurunziza.
L’Iscos opera in Burundi nella convinzione che la creazione di un’autentica democrazia necessiti lo sviluppo contemporaneo di soggetti collettivi della società civile, come appunto il sindacato. Un sindacato che sia protagonista nella crescita sociale e nel processo di pacificazione e sia anche interlocutore autorevole nel dialogo sociale con le istituzioni governative e le associazioni degli imprenditori.
Frutto dell’intervento sopra descritto, l’Iscos ha avviato da aprile 2007 un progetto di formazione tripartita (Mistero della Funzione pubblica, del Lavoro e della Sicurezza sociale, l’Associazione degli imprenditori e la Confederazione Sindacale dei Lavoratori) sul dialogo sociale. Alla formazione partecipano 48 persone in rappresentanza dei tre partner sociali con l’obiettivo di dare a tutti gli strumenti per poter dialogare, negoziare all’interno di regole definite. Infatti uno degli obiettivi è l’elaborazione di un codice di condotta sul dialogo sociale. Attraverso questo strumento intendiamo contribuire a raggiungere il consolidamento della pace attraverso il dialogo e l’individuazione di una strategia comune per la riduzione della povertà e lo sviluppo del paese. Il programma è cofinanziato dalla Commissione europea nella linea dei diritti umani e ha la durata di 24 mesi.
Educazione:
Da settembre 2007 inizierà la ricostruzione di una scuola primaria, la fornitura di arredi e materiale scolastico, nel comune di Mpanda, provincia di Bubanza. Ne beneficeranno circa 300 alunni. Il titolare del progetto è l’Iscos Sicilia che ha ottenuto il finanziamento della Regione Sicilia. L’azione verrà svolta in collaborazione con la Ong locale, Biraturaba (in lingua locale significa "Ci riguarda") e in la collaborazione dell’Iscos Nazionale. La durata è di 6 mesi.
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