Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Il sindacalista di Sialkot era furioso. L'OIL (organizzazione internazionale del lavoro) dice che qui il lavoro minorile quasi non esiste più; è stato sradicato. Completamente. "Venite a vedere, vi porto io dove quelli non ci vanno". Così prendiamo una stradina laterale, ci infiliamo in un vicolo, spostiamo una tenda piena di macchie d'olio e ci troviamo di fronte alcune piccole stanze quadrate, senza porte. Le pareti nere, mucchi di polvere e limature di ferro per terra, e lì accovacciato, con uno scalpello in mano e davanti centinaia di bisturi sporchi ed unti, c'è questo bambino, senza sorriso. In questi laboratori i primi 6 mesi si lavora gratis, per imparare il mestiere. Poi si comincia con 2000 rupie al mese circa (25 euro) e dopo alcuni anni di esperienza si arriva ad un massimo di 6000 (70 euro al mese, 2 euro al giorno). Da qui questi strumenti chirurgici partono per attrezzatissimi ospedali in giro per il mondo; anche da noi. Lucenti, affilati, appoggiati sui tavoli operatori. Ed intanto il programma internazionale dell'ILO per l'eliminazione del lavoro minorile, l'IPEC, scrive nell'ultimo rapporto del 2005 sul lavoro dei minori in Asia che in quest'area del Pakistan di bambini al lavoro non ce ne sono quasi più.
Più a nord ci sono le miniere di carbone o marmo, dove i lavoratori fino a poco tempo fa non potevano essere sindacalizzati. Erano considerati dalla legge pakistana dei lavoratori "informali"; nella stessa situazione si trovano ancora oggi gli occupati nell'agricoltura, gran parte dei lavoratori nel settore delle costruzioni, e così pure i giornalisti e gli insegnanti.
Nelle miniere di marmo il sole batte a picco e l'unico momento d'ombra e di riposo e' con le spalle appoggiate alla parete di roccia quando le esplosioni sbriciolano le venature. L'acqua non arriva così in alto, per cui i più giovani in questi momenti di pausa ne approfittano per scendere a riempire le bottiglie, mentre camion carichi di marmo grezzo si incrociano in strade terrose ad una sola carreggiata.
Il marmo è un materiale costoso, ma i minatori prendono una miseria a tonnellata estratta. Nelle fornaci invece i mattoni sono semplici da produrre e veloci da ammucchiare. 200 rupie ogni mille mattoni è il salario concordato. 2 euro e mezzo al giorno, se fai in fretta e non ti fermi mai.
Il lavoro minorile nelle miniere di marmo o carbone è presente, ma data la durezza del lavoro sono pochi coloro che ci lavorano, ed in genere abbastanza cresciuti. L'impasto per i mattoni invece non pesa molto, se trasportato a piccole quantità, e non ci vuole troppa forza nell'amalgamarlo e metterlo negli stampi.
Nei dintorni di Peshawar ed Islamabad ci sono centinai di fornaci di mattoni, un'enorme distesa rossa puntellata di camini fumanti. Ci lavorano famiglie intere, per lo più rifugiati afghani, l'ultimo grado della società pakistana. Ci lavorano gli schiavi moderni. Ed è in visita coi sindacati locali ad una di queste fornaci, una mattina presto, che ho visto due occhi che mi sarà impossibile dimenticare. Isha, sette anni circa. Lo stesso viso della foto più famosa del mondo, il viso della ragazza afghana del National Geographic. Hai voglia a leggere rapporti sul lavoro minorile delle organizzazioni internazionali, delle varie ong. In questo deserto rosso di colpo la prospettiva cambia, il contesto generale non ha più senso. Bambini schiavi perchè impegnati dal padre a causa di contratti usurai col padrone, che passeranno lì tutta la loro vita ed a loro volta impegneranno i loro figli, in un ciclo terribile ed infinito. E non vedranno che terra rossa e mattoni.
Purtroppo queste fornaci, come le piantagioni, sono di proprietà di grandi proprietari terrieri, ed il loro potere tale che ancora in Pakistan c'è una legge per la quale tali lavori non sono considerati sindacalizzabili.
La risposta tutta nell'educazione, ha ripetuto più volte ad un incontro uno dei sindacalisti del PWF (Pakistan Workers Federation), che l'ISCOS da tempo sostiene ed appoggia nelle sue battaglie per i diritti dei lavoratori. E mentre da un lato col sindacato locale si lavora per fornire attraverso la formazione gli strumenti adatti ai sindacalisti pakistani per continuare a lottare per i diritti dei lavoratori nel loro paese, dall'altra parte, con delle ong locali si sta sviluppando un progetto per portare questi bambini lavoratori a scuola, rubarli almeno 3 ore la mattina al posto di lavoro e farli sedere in classe, ad imparare a leggere e scrivere, fare di conto e parlare linglese.
Molto difficile convincere i genitori a lasciarli andare. 3 ore di lavoro sono un bel po' di aiuto, considerando poi che ogni famiglia ha dai 2 ai 5 figli o più; significa meno forza lavoro, significa che sarà difficile raggiungere il migliaio di mattoni sufficienti per essere pagati la sera dal padrone. La cooperante locale dell'ong che si occupa di loro però è fiduciosa. Negli ultimi anni il lavoro di persuasione nei riguardi dei genitori ha funzionato bene. Sono sempre di più i bambini ai corsi e dopo un anno e mezzo di mattinate a riempire quaderni sono pronti per essere integrati nelle scuole pubbliche.
L'ISCOS poi è impegnato anche nella ricostruzione a seguito del terremoto del 2005, che ha contato più di 83.000 vittime ufficiali e 3,3 milioni di persone ferite o senza casa nel nord del paese. 7 scuole stanno per essere ultimate, alcune con i soldi della cooperazione italiana, altre con i proventi delle regioni Marche e Piemonte, probabilmente in tempo per il ripristino delle attività scolastiche dopo l'estate. Per la prima volta dopo il terremoto, i bambini delle popolazioni colpite potranno seguire le lezioni tra quattro vere mura, invece che nelle tende da campo arrivate subito dopo il crollo e non ancora sostituite.
Infine a Peshawar, sul confine con l'Afghanistan, anche qui con i fondi della Comunità Europea, l'ISCOS sta portando avanti un progetto di formazione professionale per rifugiati afgani, e dare così loro una possibilità d'impiego e di vita per il futuro. Sono corsi per falegnami, idraulici, elettricisti, di cui si sente il bisogno soprattutto nelle aree colpite dal terremoto. Per le donne invece corsi di cucito ed informatica.
Il problema principale è che questi progetti stanno per volgere a termine, e se non si troveranno altri fondi le attività rischiano di fermarsi. La politica che l'Unione Europea sta seguendo però in questi ultimi anni è di incentrare quasi tutti i propri sforzi nella cosiddetta capacity building, ossia preparare, educare, formare le istituzioni, il governo, le organizzazioni locali, affinchè siano loro, in un futuro, in grado di migliorare la situazione nel loro paese senza più l'aiuto e l'intermediazione delle ong e dei soldi europei. Linea di pensiero saggia e comprensibile, se non fosse che, in questo momento di passaggio, prevedibilmente piuttosto lungo, chi si occuperà dei tanti, troppi bambini che limano strumenti chirurgici o modellano mattoni, o dei minatori senza protezione sociale, o dei diritti delle donne, emarginate fuori e sfruttate in casa?
Mauro Martini
ISCOS Cisl Ufficio Europeo, Bruxelles