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 Difesa del diritto alla terra, Argentina...
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Un aiuto, che non coinvolga i popoli rendendoli protagonisti della loro emancipazione, rischia di trasformarsi in assistenzialismo senza sviluppo

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\\ Iscos Cisl Blog : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

di Iscos Sicilia (del 30/11/2007 @ 17:52:49, in Africa, linkato 530 volte)

1.La costruzione dei muri portanti terminata, i tralicci metallici del tetto gi installati, resta a terminare la copertura con le lamiere metalliche. Tutto ci riguarda sia i due blocchi delle classi che quello dellamministrazione.


Prima...


.. e dopo

2.Anche il rivestimento dei muri terminato; la pavimentazione interna a e abbiamo cominciato i lavori per quanto riguarda la pavimentazione esterna e la canalizzazione.

3.Le porte e le finestre metalliche sono state predisposte, resta a mettere le serrature e i vetri. Ovviamente per il tinteggio si attende ancora.

4.La costruzione delle toillettes sono ormai al termine, resta giusto a terminare i muri per un blocco oltre che a mettere le porte.

Si pensa di terminare tutti i lavori per il mese di dicembre fatto salvi eventuali ritardi nei pagamenti

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di Valeria Patruno, Iscos Nazionale (del 29/11/2007 @ 16:04:13, in Asia, linkato 2494 volte)

Poco ad ovest della piazza Tienanmen, entrando nei vicoli di quel che resta degli hutong che hanno lasciato spazio ad uno dei numerosissimi grattacieli della moderna Pechino, si incontra un cantiere di modeste dimensioni: un edificio che copre una discreta superficie ma di soli due piani. Poco più avanti l'entrata di un hutong (la casa tradizionale di Pechino) che sembra non portare da nessuna parte. E' la porta verso un mondo sconosciuto alla gente di Pechino, alla comunità internazionale, e forse anche ad un gran numero di cinesi. Il mondo dei lavoratori migranti.


La casa, ormai fatiscente, rivela ancora il suo antico splendore: i due cortili, le numerose stanze intorno ad essi, i tetti antichi. Ma tutt'intorno una visione desolante: i due cortili sono ricolmi di immondizia. Si cammina tra cumuli di resti di cibo, abiti dimessi, mobili e sanitari rotti. Le antiche stanze sono ora dormitori dove trovano posto dieci, venti uomini. L'uno accanto all'altro su tavole di legno poste su due piani. Fisso il loro giaciglio: più che un grande letto a castello ho la sensazione di essere di fronte ad un grande scaffale nel quale non sono allineati libri, ma uomini. Pochissimi oggetti personali, coperte per lo più. A Pechino, durante la notte, la temperatura scende giù alcuni gradi sotto zero e nelle stanze non c'é riscaldamento d'alcun genere. Niente luce, niente bagni ed un unico rubinetto nel primo cortiletto dal quale scorre acqua gelida. Ci sono pochi operai in giro. Guardo l'orologio sono le 11.30; sono tutti a lavorare. I pochi che sbucano dalle loro stanze raccontano di essere originari dello Xidan, la provincia contigua a Pechino. Non dovrebbero impiegare tanto a tornare a casa, ma non possono farlo se non una volta l'anno ovvero quando ricevono il pagamento di un intero anno di lavoro. Non c'é busta paga per questi operai. Mensilmente ricevono una miseria, l'equivalente di 10 euro o poco più, per sopravvivere. Il loro compenso gli verrà reso dal caporale che li ha ingaggiati solo a fine anno.


Sento rumori di metallo che picchia contro il suolo: stanno rientrando gli operai dal cantiere. Procedono in fila utilizzando le loro pale come bastoni. Sono le 12:00 ed é ora di pranzo. Corrono tutti a prendere la loro scodella e le bacchette, poi scompaiono nel secondo cortile e dopo poco ritornano, contenti con della brodaglia nelle scodelle ed in mano dei pezzi di pane cotto al vapore. Mangiano nelle loro stanze, sui letti.


Nascosto completamente sotto le coperte un uomo che non riesco a vedere ma di cui sento la voce, rauca. I suoi compagni dicono che ha l'influenza: non può lavorare e quindi ha perso la paga giornaliera. Da quello che vedo ha perso anche la sua razione di cibo: magari non ha fame, ma non mangiare sicuramente lo debilita ancor di più. I volti sorridenti dei contadini dello Xidan non riescono a celare lo sconforto di una vita vissuta in condizioni umilianti. Uno di loro domanda: "Ma da voi gli operai edili vivono cos miseramente?"

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di Mauro Storti - ISCOS  (del 19/11/2007 @ 14:45:51, in Una finestra sul Mondo, linkato 720 volte)

Il recupero della memoria storica , spesso, uno degli ostacoli maggiori per un paese che, uscito da decenni o anni di dittatura e violenza cerca faticosamente di costruire una società solidale, uno stato di diritto, una democrazia. La ricerca e il raggiungimento di una verit, o comunque di una storia condivisa, per quanto complessa, rappresenta una delle tappe fondamentali in tale percorso democratico.

In America Latina pi che mai questa esigenza pressante. La possibilit di avere giustizia sui numerosi crimini commessi da molteplici regimi militari unansia sempre presente per milioni di cittadini.

Forse non tutti sanno che il Guatemala ha vissuto pi di trentanni di guerra civile, durante i quali si sono succeduti presidenti autoritari e repressivi. Nel 1954 il governo eletto di Jacobo Arbenz Guzmn viene rovesciato da un gruppo di militari capeggiati dal colonnello Carlos Castillo Armas, con la complicit della CIA (lo stesso Presidente USA, Bill Clinton, nel 1999, dichiarer che la scelta degli Stati Uniti di supportare le forze militari guatemalteche che presero parte alle brutali uccisioni di civili fino agli anni 90 fu un grave errore). Tra le colpe di Arbenz figurava quella di aver legalizzato il Partido Guatemalteco del Trabajo, di ispirazione marxista-leninista, ma soprattutto di aver espropriato parte delle terre inutilizzate della United Fruit Company, compagnia statunitense che controllava gran parte del territorio del paese. Lo stesso Castillo dar vita a un governo autoritario anticomunista.

Nel 1960 un tentativo di ribellione da parte di un gruppo di ufficiali contrari al governo autoritario di Miguel Ydigoras Fuentes, fallisce. I ribelli fuggiti dal paese danno vita al nucleo delle forze armate insurrezionali che lotter contro i governi militari nei successivi 36 anni. Durante questo periodo si perpetrano omicidi e torture di studenti, professionisti e contadini sospettati di partecipare ad attivit antigovernative e si compie quello che secondo molti stato un vero e proprio genocidio ai danni delle popolazioni Maya. Il periodo di maggior ferocia risale alla presidenza di Efran Rioss Montt, tra il 1982 e il 1983. Lo stesso anno le forze ribelli di sinistra si uniscono per formare la Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG).

Nel 1996 sar proprio la UNRG a firmare gli accordi di pace con il governo di Alvaro Arz, grazie alla mediazione dellONU. Gli accordi di pace prevedevano listituzione di una Commissione per il chiarimento storico. Il lavoro paziente di ricerca delle vittime e di ricostruzione dei fatti venne portato avanti dalla Chiesa con il progetto REMHI-Recupero della Memoria Storica. Tramite le testimonianze dirette dei cittadini si potuto documentare e dare voce a una memoria silenziosa. Le conclusioni del rapporto intitolato Guatemala nunca mas a cura delle diocesi guatemalteche e del rapporto ONU Memoria di un silenzio hanno portato alla luce lenormit degli omicidi e delle violenze. Secondo il rapporto i morti sarebbero stati circa 150.000, 50.000 gli scomparsi 1.000.000 gli sfollati interni; lEsercito insieme ai gruppi paramilitari risulta responsabile del 90,53% delle vittime, la guerriglia del 9,3%.

Monsignor Gerardi che aveva promosso il lavoro del progetto viene assassinato due giorni dopo averlo presentato nellaprile del 1998. Il raggiungimento di una memoria condivisa pu costare anche la vita e ci, anche se tristemente, d la misura dellimportanza che tale ricerca ricopre per un popolo.

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La nuova stagione nei rapporti fra Italia e America Latina si è aperta, nel migliore dei modi, in occasione della III Conferenza Italia America Latina e Caraibi tenutasi a Roma il 16 e il 17 ottobre scorsi. L’evento ha suscitato grande interesse come dimostra la cospicua partecipazione delle maggiori cariche istituzionali italiane ed estere, di molti organismi regionali, dei sindacati italiani Cgil, Cisl, Uil, della Orit, di esponenti di governo di tutti i Paesi latinoamericani, di giornalisti, accademici e addetti ai lavori provenienti da ogni parte del mondo.
Preceduta da 11 seminari preparatori, fra cui quello organizzato da Cgil, Cisl e Uil e intitolato “Lavoro, sindacato e solidarietà”, la conferenza, dopo il saluto del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è stata inaugurata dalla presidente della repubblica cilena Michelle Bachelet e dal presidente del consiglio italiano Romano Prodi. Anche i presidenti di Camera, Fausto Bertinotti, e Senato, Franco Marini, hanno preso parte all’evento di grande attualità anche a livello continentale in considerazione degli accordi di associazione fra Unione Europea e America Latina nell’ambito dei quali l’Italia è chiamata a svolgere un ruolo di primo piano.
Molti gli argomenti all’ordine del giorno per rilanciare i rapporti fra il nostro paese e un continente per lungo tempo lasciato ai margini della politica italiana. Fra questi hanno trovato degno spazio i temi legati al dialogo sociale e alla cooperazione e introdotti dallo stesso Giorgio Napolitano che ha ricordato la necessità di “rafforzare le relazioni bilaterali” in nome degli “speciali vincoli storici e di amicizia che legano l’Italia e i Paesi dell’America Latina”. In particolare, ha raccomandato il presidente della repubblica, l’Italia deve esser presente per quanto concerne “la lotta alla povertà e alle disuguaglianze, la cooperazione culturale e linguistica”.
Le premesse per un rilancio delle relazioni sono incoraggianti in considerazione della disponibilità di tutti i paesi latinoamericani a ristabilire in maniera decisa i rapporti con l’Italia e dell’impegno assunto dal nostro Governo a riallacciare dei fili che erano sul punto di spezzarsi definitivamente. Un impegno garantito dal sottosegretario con delega all’America Latina, Donato Di Santo, che ha spiegato come l’obiettivo dell’Italia sia quello di essere, dopo la Spagna, “il Paese europeo di riferimento per il sub-continente americano”. Una vera “svolta” dunque, come lo stesso Di Santo l’ha definita, a cui fanno seguito i primi obiettivi dichiarati fra cui l’istituzione, in vista del vertice euro-latinoamericano di Lima del maggio 2008, di uno strumento finanziato dalla Bid, la Banca interamericana per lo sviluppo, per la crescita delle piccole e medie imprese italiane in America del Sud e l’ingresso dell’Italia nel Caf, la Corporazione Andina del Fomento, per cui è stato firmato un memorandum d’intesa. Di Santo ha inoltre espresso interesse per il Pac, il Piano d’accelerazione dello sviluppo brasiliano, che prevede un investimento di circa 180 miliardi di euro in infrastrutture: “L’Italia vorrà esserci – ha detto il sottosegretario - con le proprie risorse economiche, l’imprenditoria e la propria società civile”.
L’importanza dei sindacati, della società civile e della costruzione di un vero dialogo sociale laddove manchi è stata riconosciuta e ampiamente discussa nell’ambito dei lavori. Nessun investimento, nessun piano d’integrazione regionale e di sviluppo sostenibile è difatti possibile, è stato affermato, senza una parallela crescita di una società civile cosciente dei propri diritti e doveri.
Un punto, questo, su cui l’Italia può apportare la sua esperienza, così come conferma il ministro del Lavoro, Cesare Damiano: “La coesione sociale - ha detto il ministro - è uno snodo centrale delle politiche pubbliche in Europa e in America Latina e gli obiettivi assunti in sede europea con la Strategia di Lisbona così come gli impegni presi nella stesa ottica dai Paesi latinoamericani lo dimostrano chiaramente; la coesione sociale oggi è sottoposta a rischi incombenti legati all’interdipendenza delle nostre economie, fenomeno che pur offre alle nostre società inedite sfide e occasioni di crescita e di progresso”. Damiano si è quindi detto convinto “dell’importanza di consentire la piena libertà associativa dei lavoratori in sindacati forti e indipendenti, di assicurare legittimità alla contrattazione collettiva, di favorire lo sviluppo di adeguati sistemi di relazioni industriali e di promuovere una maggiore responsabilità sociale delle imprese al fine di sviluppare la dimensione sociale della globalizzazione e per favorire una più equa distribuzione delle opportunità tra i nostri cittadini”. Il lavoro si configura quindi come vero “elemento strategico per promuovere equità e sviluppo, rafforzare la democrazia e la giustizia sociale, sconfiggere la povertà e l’emarginazione”: “Se il dialogo sociale è un metodo efficace per coadiuvare le politiche del lavoro - ha affermato il ministro - la coesione sociale è uno strumento indispensabile per conseguire un progresso economico realmente inclusivo e sostenibile; la disuguaglianza sociale produce infatti pesanti ricadute sulla vita dei cittadini e sui sistemi economici, frammentando il tessuto sociale e ostacolando la crescita economica, fino ad aumentare le tensioni e i rischi d’instabilità per le istituzioni democratiche”.
In questo contesto la cooperazione ha un ruolo strategico estremamente importante. La vice ministro degli Esteri con delega alla cooperazione, Patrizia Sentinelli, ha definito la cooperazione internazionale come “elemento fondamentale della politica estera e della coesione sociale”: “Dobbiamo continuare a lavorare insieme per una nuova cooperazione con l’America Latina - ha spiegato la Sentinelli - ma dobbiamo farlo avendo ben presenti grandi temi come quello della redistribuzione del reddito, del modello di sviluppo, del ruolo di governi e della società civile, come di quello delle donne perché solo così la cooperazione potrà dare un importante contributo per rilanciare la qualità della vita e per sradicare la povertà e le disuguaglianze”. Per raggiungere questi obiettivi, ha concluso la vice ministro, “il nostro governo deve fare di più per i fondi per la cooperazione nel bilancio dello Stato”.
Prospettive che trovano il favore dei sindacati Cgil, Cisl e Uil rappresentati unitariamente dal segretario generale della Uil, Luigi Angeletti che ha auspicato un’inversione di tendenza rispetto al passato a partire dal livello legislativo: “La legge di riforma della cooperazione - ha detto Angeletti - deve andare avanti e gettare le basi per creare vere partnership per lo sviluppo che superino le attuali forme di aiuto e che sappiano mettere insieme le risorse umane e intellettuali e la capacità di progettazione dei singoli Paesi”. Se l’obiettivo è dunque quello delle partnership di cooperazione paritaria tra Italia ed Europa con l’America Latina è importante, secondo Angeletti, “che una parte della politica estera italiana si basi sul sostegno alla componente della cooperazione”. In un momento di crescita economica “così importante per il subcontinente americano”, ha inoltre sottolineato, “non si può non fare i conti con uno sviluppo che prenda in considerazione il problema della riduzione della povertà e della fame nel mondo”. Sviluppo economico e coesione sociale devono dunque andare a braccetto: Italia ed Europa, ha suggerito Angeletti, “facciano in modo che i trattati sul libero scambio pongano clausole precise che tendano a salvaguardare i diritti dei lavoratori, a evitare il dumping sociale e a difendere l’ambiente”.
Problematiche di estrema attualità in America Latina come testimonia il segretario generale dell’Orit, Victor Baez, che ha espresso il favore della sua organizzazione per quelle politiche che, rifiutando l’assistenzialismo, agiscono a livello strutturale gettando le basi per miglioramenti di carattere sociale: “Dobbiamo direzionare la cooperazione europea - ha detto Baez - verso il rafforzamento del movimento sindacale per renderlo autosufficiente, per unificarlo e per fare in modo che tale movimento sia un elemento decisivo nella politica regionale in America Latina”. Uno dei maggiori pericoli per i sindacati in America Latina è quello che lo stesso Baez definisce “atomizzazione”, problema che la Orit sta cercando di contrastare: “L’unificazione di Orit e Clat - ha spiegato Baez - ha innescato una discussione sul sindacalismo e su come continuare l’unificazione fra i sindacati latinoamericani; dobbiamo avere una voce sola nella contrattazione con l’Europa e dobbiamo costruire un’azione congiunta dei sindacati per rispondere in forma unificata agli attacchi del neoliberalismo”. In questo senso la cooperazione sindacale italiana assume una notevole importanza: “La cooperazione sindacale italiana - ha detto il segretario dell’Orit - è oramai tradizionale in America Latina e deve continuare nel segno di un vero sviluppo sindacale che non è basilare solo per la cooperazione italiana ma per quella di tutto il mondo”.
L’importanza della cooperazione italiana è stata rilevata anche dai rappresentanti di Brasile e Argentina. Luiz Dulci, ministro della segreteria generale della presidenza brasiliana ha sottolineato quanto per il Brasile sia fondamentale il ruolo dell’Italia nell’implementazione “di progetti concreti nel settore scientifico e tecnologico, progetti congiunti a favore di paesi terzi e progetti di cooperazione decentrata”, ricordando anche quanto è stato fatto grazie al sostegno della cooperazione sindacale. La CISL, sin dalla “prima ora” ha appoggiato attivamente la CUT brasiliana, sia con attività di supporto e di interscambio sindacale, sia con programmi di cooperazione e formazione svolti per mezzo dell’ISCOS. Dello stesso tenore l’intervento di Jorge Taiana, ministro degli Esteri argentino, che ha salutato con entusiasmo la nuova fase politica: “L’Italia è determinate per noi - ha detto Taiana - soprattutto per il ruolo di mediazione che svolge nelle relazioni con l’Unione Europea ma anche per i rapporti che abbiamo con le piccole e medie imprese italiane e per il ruolo sempre crescente della cooperazione decentrata”.
Una cooperazione che potrebbe anche avvalersi del contributo dei tanti italiani che vivono in America Latina (1.130.000 cittadini italiani, circa un terzo di tutti gli italiani residenti all’estero dislocati soprattutto in Argentina, 535mila, e Brasile, 260mila) così come spiega il vice ministro degli Affari Esteri Franco Danieli: “Gli italiani in America Latina - ha detto Danieli - sono un’opportunità, un ponte che ci può aiutare a rafforzare rapporti, investimenti, cooperazione”.
Chiusura dei lavori affidata al ministro degli Esteri Massimo D'Alema che ha ricordato come l’Italia sia l’unico Stato europeo a “non avere avuto un rapporto di potenza, ma di popolo con l’America Latina”. Un rapporto che deve ora rilanciarsi in un momento in cui America del sud e i Caraibi vivono una crescita senza precedenti con un Pil complessivo che da quattro anni consecutivi aumenta del 5%: “E’ importante - ha detto D’Alema - lavorare nell’ottica di una cooperazione che non sia esclusivamente nazionale ma regionale con l’Europa con un programma politico intenso cui si accompagna un crescente interesse del mondo imprenditoriale, della cultura, del volontariato e del sistema della cooperazione decentrata”. L’aspettativa, condivisa da tutti, è che “il grande mercato latinoamericano possa crescere anche in termini di coesione sociale e in termini di ripartizione più equa della ricchezza accompagnando l’integrazione regionale, di cui l’Europa può essere modello, con politiche di sostegno allo sviluppo e alla riduzione delle disuguaglianze”.

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di Mauro Storti - ISCOS  (del 08/11/2007 @ 11:28:04, in Una finestra sul Mondo, linkato 705 volte)

Tutto inizi al rintocco delle 8 di mattina dell8 agosto 1988.
Cos inizia il ricordo di Khin Saw Win, medico del Rangoon General Hospital allepoca della protesta in favore della democrazia, iniziata dagli studenti birmani, allargatasi poi a tutta la societ civile e conosciuta come la rivolta 8888.
La Birmania oppressa da pi di 20 anni da un governo militare che fin dal suo insediamento, in seguito al colpo di stato del 1962, ha dimostrato tutta la propria determinazione nel mantenere il potere, reprimendo nel sangue ogni manifestazione di dissenso, abolendo i partiti politici, tranne quello di governo, il BSPP (Burma Socialist Programme Party), e incarcerando gli oppositori.
Il paese agli inizi degli anni '80 uno dei pi poveri al mondo. L8 agosto 1988 i primi a manifestare sono gli studenti dellUniversit di Rangoon, precisamente dellIstituto di Tecnologia. In risposta i militari uccidono un attivista studentesco di fronte alla Facolt. Questo omicidio impressiona profondamente il paese e porta allallargamento della protesta a tutti i ceti sociali, compresi monaci buddisti, insegnanti, medici ed esponenti delle stesse forze armate, che riempiono le strade della capitale. La ribellione si allarga anche ad altre citt del paese. Ne Win, a capo del partito di governo, ordina di sparare direttamente sui dimostranti, viene imposta la legge marziale e consegnato il potere assoluto nelle mani del generale Saw Mang. I militari uccideranno migliaia di civili, tra cui molti studenti e monaci.
Nel momento di maggiore oscurit, verso le 23:30- prosegue la dottoressa Khin Saw Win- i camion carichi di soldati escono dalla sede del governo seguiti da carri armati e altri camion. Ricorda come i soldati puntarono i fucili automatici sulla folla e spararono sulla gente inerme, persone di tutte le et caddero a terra senza vita. Poi il panico, la gente che urlava e correva in tutte le direzioni, larrivo di altri militari. Gli spari continuarono fino alle 3 del mattino, nessuno sapeva quanti dimostranti fossero stati uccisi in totale.
Nei giorni della rivolta, che durer fino al 18 settembre, moriranno pi di 2000 persone. Allospedale di Rangoon arrivano centinaia di feriti e subito si pone il problema della scarsit delle riserve di sangue. Medici e infermieri scrivono una lettera, da inviare al ministero della difesa e della salute, evidenziando la difficolt della situazione. Poi, il 10 agosto, alcuni di loro escono dallospedale, per chiedere ai militari di smettere di sparare ai propri concittadini sventolano una grossa bandiera in segno di pace. In risposta ricevono raffiche di mitra: Tre camion dellesercito carichi di soldati birmani apparvero dal nulla e spararono verso lospedale, uccidendo tre o quattro civili, due monaci e ferendo 6 infermieri.
Il generale Saw Mang approfitta della situazione per compiere un colpo di mano, con il quale prende il potere. Nel 1990 le elezioni democratiche indette dallo stesso governo, vengono vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), ma i militari continuano a mantenere il comando e a tenere agli arresti domiciliari la leader della NLD, Aung San Suu Kyi, tuttora prigioniera del governo. La pi estesa rivolta della societ civile birmana in favore della democrazia si risolta con un altro ventennio di regime militare.
La storia ha in s tante possibilit, purtroppo anche quella di ripetersi.

Mauro Storti

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