Chi e Dove Progetti Sostienici Sede Nazionale Area Stampa Mappa del sitoLink Ricerca
Immagine
 Formazione a Morazan, Salvador...
"
Un aiuto, che non coinvolga i popoli rendendoli protagonisti della loro emancipazione, rischia di trasformarsi in assistenzialismo senza sviluppo

"
 
\\ Iscos Cisl Blog : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

di Benedetta Piola Caselli - Cooperante in Mozambico (del 30/01/2008 @ 15:44:37, in Racconti in libertà, linkato 691 volte)

29/01/2008

Avere 23 anni, non avere famiglia e non avere speranza deve fare schifo da per tutto; però in Mozambico fa più schifo ancora. Specialmente se uno è basso, ed io sono basso: ma se il Signore Iddio Onnipotente ha deciso questo per me, accetterò come un dono anche una vita senza amore e senza donne.
Dio però è infinitamente giusto e infinitamente buono e perciò mi aspettavo una contropartita per questa mia rassegnazione e per tutte le preghiere che gli faccio, ogni sera dalle otto alle nove e la domenica dalle sei a mezzogiorno.
Oggi la contropartita è arrivata.
Da stamattina sono stagista di ISCOS, una ong di bianchi che hanno molti progetti per rendere il nostro un paese migliore, più ricco, più onesto, più umano, come deve, evidentemente, essere la loro Italia (Europa) se vengono fino a qui a insegnarci cosa dobbiamo fare. E dunque ho un lavoro: un lavoro part-time che mi permette di pagarmi una stanzetta, da mangiare e l’università, dove un giorno insegnerò quando saranno riconosciute le mie doti di grande matematico e statistico. Ma il lavoro non è solo questo: soldi e necessità pratiche; per me è ben altro, uno scopo più nobile, supremo, in cui metterò tutto il mio impegno. È l’idea di avere qualcosa da fare la mattina, un badge con il mio nome e la mia foto e la possibilità di dire “vado al lavoro”, cosa che piace alle donne.
Piace anche a Thelma la contabile, che di numeri non ci capisce niente e combina sempre un gran casino, ma è bella come il sole, sottile come un giunco e alta, molto alta. E quando mi ha visto con il crashà (badge) con la foto ed il mio nome mi ha detto “Lilo, come sei venuto bene”; vedi come tutto questo incomincia a funzionare?!
Anche Isaura, la segretaria, mi ha fatto i complimenti, e donna Fatima delle pulizie. Thomas, l’autista numero uno, non mi ha detto niente invece, e nemmeno quell’odioso Bobò che si crede chissà chi solo perché le donne lo guardano e gli sorridono per strada e Thelma gli sussurra delle parole all’orecchio (l’ho vista) e tutte le bianche che passano si danno gomitatine, sai che ci vuole quando si è alti un metro e novanta!
Ma io non sono geloso, perché Dio Padre Onnipotente mi riserva sicuramente un futuro meglio del suo, che non studia e neanche prega.
Io diventerò l’idolo dei capi e saranno loro la mia famiglia.
I miei capi sono i bianchi: chef Igor, che è il capo di tutti e si occupa di tutti i progetti lavorando come un matto; Benedetta, che si occupa dei diritti umani e alla sua età ancora non ha figli, poveretta, e Davide che coordina e gestisce tutta la logistica ed è alto per lo meno due metri, chissà quante donne che avrà.
Lo voglio mettere per iscritto, al contrario di quello che dice il mio amico Joâo: con i bianchi si lavora bene, anche se non hanno pazienza e si arrabbiano per tutto, per esempio quando si arriva in ritardo, si sbagliano i conti e le fatture, o non si viene al lavoro senza avvertire. Ma sono fatti così, e vanno presi con filosofia. In questo diario cercherò di scrivere e spiegare la mia esperienza con loro, in modo da renderli – e rendermeli- più comprensibili. Ma sono ottimista, perché già lo so che hanno dei lati buoni. Per esempio sono gentili e prestano le loro cose. E poi mi insegnano e mi fanno i complimenti.
Oggi, per esempio, ho messo a posto tutto un vecchio archivio, con documenti ancora degli anni ottanta, di quando c’era la guerra civile, che anch’io mi ricorderei se non avessi deciso di dimenticarla. Beh, alla fine di questo lavoro mi hanno detto: “Bravo! Ben fatto”. E infatti l’avevo fatto bene. Quando sono uscito avrei voluto saltellare dalla gioia, ma mi sono detto: “Calma vecchio mio! Adesso hai un lavoro, sei un uomo di fatto e di diritto!” .
Allora ho assunto l’aria più rispettabile che potevo e sono andato a casa camminando piano, a testa alta e ben diritto, in modo che trapelasse tutto il mio contegno.

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
di Fausto Mazzieri (del 22/01/2008 @ 10:51:18, in Europa dell'Est, linkato 750 volte)

L’Albania e il suo popolo hanno incrociato più volte, anche in anni recenti, la nostra storia. Quest’anno ricorre il decennale del crollo delle cosiddette “piramidi finanziarie” che avevano illuso la quasi totalità della popolazione albanese di potersi arricchire con facilità.
La crisi derivata dal crollo delle finanziarie condusse l’Albania in una situazione drammatica che mise in dubbio la sua stessa sussistenza come stato democratico. I moti di piazza furono particolarmente cruenti e il collasso interno provocò una forte e drammatica fuga di persone dal paese anche verso le nostre coste.
Da allora, con difficoltà, il paese ha ripreso il suo cammino anche se continua ad incontrare rilevanti difficoltà. I tassi di povertà sono alti, situazioni pesanti di disagio sociale sono visibili nelle periferie di Tirana e Durazzo, abitate da persone immigrate dalle zone interne dell’Albania. La ricchezza del Paese è garantita in grande parte dalle rimesse degli immigrati e da una fiorente economia informale con tutti i suoi risvolti di illegalità e violenze. I traffici sono governati da tradizionali strutture claniche che occupano in modo sistematico la vita sociale e politica del paese. Ovviamente questa occupazione degli spazi sociali rende molto difficile l’auto-organizzazione della società civile. Così è abbastanza complessa anche la rappresentanza organizzata degli interessi.
A questo dato strutturale si sovrappone un elevato tasso di ostilità nei confronti dell’azione sindacale e della sua presenza nei luoghi di lavoro, a cui ancora si aggiunge una legislazione lavoristica liberistica che rende complicata la vita dei sindacati, quindi le relazioni industriali sono assai problematiche. Così il sindacato ha una presenza debole nella società albanese.
Dal 2003 è iniziato e si è significativamente rafforzato nel tempo, un rapporto politico fra la Cisl delle Marche e i due sindacati albanesi, BSPSH (Unione dei Sindacati Indipendenti albanesi) e KSSH (Confederazione dei Sindacati d’Albania). Le due organizzazioni albanesi hanno richiesto un sostegno da parte della Cisl marchigiana per la realizzazione di politiche dei quadri, necessarie per il loro il rinnovamento. La Cisl delle Marche attraverso l’ISCOS Marche, il suo Istituto di Cooperazione Internazionale, ha realizzato alcuni progetti di cooperazione solidale con i sindacati albanesi, progetti nati da un’analisi dei bisogni e dalla definizione di obiettivi concordati con le due organizzazioni albanesi.
Nella fase attuale sono state individuate due aree programmatiche: la prima riguarda la concezione e l’organizzazione del sindacato (in particolare si stanno realizzando corsi per dirigenti periferici sulle politiche di welfare e del mercato del lavoro), mentre l’altra ha al suo centro il lavoro dignitoso (sicurezza in edilizia, politiche di genere, ecc). Trasversalmente a queste due aree, ISCOS Marche sta anche sostenendo la formazione di giovani sindacalisti. In questi corsi - quattro moduli l’uno per complessivi 13 giorni d’aula - si studiano alcune parole-chiave essenziali per il mestiere di sindacalista. La riflessione su parole come globalizzazione, mercato del lavoro, welfare, sindacato, contrattazione, consente la costruzione di una cassetta degli attrezzi per la futura attività di questi giovani sindacalisti.
Ai corsi sono intervenuti più volte il Presidente del KSSH, Kol Nikollaj ed il vice–presidente del BSPSH, Sami Qarrici. I due dirigenti hanno sottolineato nei loro interventi come questo tipo di iniziative costituiscano un elemento concreto di crescita di nuovi quadri dirigenti che potranno determinare un nuovo corso nelle rispettive organizzazioni. La presenza di dirigenti giovani, secondo i rappresentanti delle due organizzazioni albanesi, può facilitare il contatto con i giovani lavoratori che sono i più esposti allo sfruttamento dell’economia informale e alle flessibilità del mercato del lavoro. Kol e Sami hanno rilevato la positività dell’iniziativa che ha consentito un interscambio di esperienze fra le due organizzazioni albanesi e la Cisl. Al termine dell’ultimo corso i dirigenti sindacali albanesi hanno consegnato ai partecipanti un attestato di partecipazione mentre ISCOS Marche ha dato loro un fazzoletto della Cisl. Due simboli per ricordare a questi giovani albanesi la nostra solidarietà, ma soprattutto la loro scelta politica di fare quotidianamente il sindacato per dare voce a chi non ha voce.

ISCOS Marche

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
di Igor felice - Cooperante in Mozambico (del 21/01/2008 @ 15:24:48, in Africa, linkato 1517 volte)

18/01/2008. Dopo le inondazioni del 2007 che hanno ucciso 45 persone e ne hanno costretto 285 mila ad abbandonare le proprie povere abitazioni, la situazione in Mozambico al momento è questa: 62.000 evacuati e sistemati in 37 campi profughi, 4 morti a causa delle acque e 3 morti mangiati dai coccodrilli (altro problema di non secondaria importanza).
Il livello dello Zambesi è di circa un metro oltre quello di guardia, ma il problema è che in Zambia, Zimbabwe e Malawi continua a piovere e la stagione delle piogge è ancora lunga. Le previsioni dicono che la quantità di acqua sarà maggiore delle piene catastrofiche del 2000, quando le alluvioni provocarono 700 morti e la devastazione delle abitazioni di mezzo milione di persone.
La situazione però rispetto a otto anni fa è diversa: la zona colpita è il bacino dello Zambesi, nel Sud non ci dovrebbero essere problemi al momento. Le capacità di risposta governativa sono rafforzate, al momento il governo dispone di circa 32 milioni di dollari per la gestione delle emergenze di cui 1.2 milioni sono già stati spesi soprattutto per evacuazioni forzate (le persone non vogliono spostarsi per innumerevoli ragioni). Ad oggi il governo centrale non ha però fatto alcuna richiesta di aiuti.
La zona in cui lavora l'Iscos non è e non sarà la più colpita perché le persone che vivono ai margini del lago Cabora Bassa non sono tante, ma c'è comunque da preoccuparsi perché il lago non può crescere eccessivamente altrimenti salta la diga. Al momento la diga è quasi al massimo e stanno erogando 6.600 metri cubi al secondo (numeri allucinanti, ma è la quinta diga più grande del mondo), se continua così sarà inevitabile aumentare l'erogazione, con conseguenze catastrofiche.
A Songo, provincia di Tete, l'amministratore del distretto ci ha chiesto aiuto, ma i numeri sono ancora vaghi e siamo in attesa di avere dati certi. Inoltre, in questa zona non ci sono campi organizzati dove lavorare, al massimo si potrà organizzare una distribuzione di beni di prima necessità, magari da trasportare con la barca, ma il rischio di furti e mala gestione è molto alto. Situazione molto più complicata nel distretto di Zumbo, dove il lago ha inizio e dove presumibilmente gli allagamenti sono più estesi.
Staremo a vedere gli sviluppi dei prossimi giorni, sperando per il meglio.

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
di Chiara Vitrano - Iscos Cisl (del 15/01/2008 @ 10:24:43, in Asia, linkato 976 volte)

di Stefano Vecchia,
"Avvenire" - 16 dicembre 2007;
La cortina del silenzio cala sul regime birmano.

Sul Myanmar, Paese che chi lo governa vorrebbe chiuso e impermeabile e che invece nell'attenzione del mondo alle sue vicende vede la vera speranza di riscatto, umiliato da decenni di regime militare, prostrato ma non sottomesso dalla repressione che dura da 45 anni, sembra essere sceso il silenzio. Erano stati i monaci buddisti ad avviare a metà agosto il braccio di ferro tra società civile e giunta militare seguìto all'impennata dei prezzi del carburante che aveva innescato una catena di aumenti non sopportabili da una popolazione già allo stremo. Erano stati loro a sostenere le prime cariche per strada ed erano stati loro ad essere assaliti nel sonno, arrestati a centinaia e imprigionati sotto condizioni durissime quando a fine settembre il regime decise che il tempo era scaduto, che anche la speranza di democrazia o la pietà dei monaci erano più di quanto i birmani potessero chiedere. Dopo settimane di silenzio, le tuniche rosse dei religiosi birmani sono riapparse sporadicamente a ottobre e poi a novembre, in particolare a Pakkoku, nella regione centrale a rivendicare un ruolo che è insieme diritto e dovere.
Non a caso, perché proprio a Pakkoku, il 6 settembre, gruppi di religiosi fatti oggetto di maltrattamenti, avevano preso in ostaggio per diverse ore una ventina di poliziotti, dando avvio alle proteste di piazza che dovevano essere fermate nel sangue tre settimane dopo. Nel Myanmar della repressione la vita sembra avere ripreso il suo corso, ogni giorno un po' più in discesa, ma forse non è così.
Contrariamente all'agosto 1988, quando la rivolta degli studenti e le tremila vittime della repressione vennero presto cancellate dalla memoria dell'Occidente e ancor più rapidamente da quelle di un'Asia in coda per accedere alle risorse birmane, oggi il regime sembra avere soltanto in superficie bloccato la protesta. I monaci dissidenti sono presenti con diversi gruppi in parte coordinati tra loro; i movimenti di dissidenza politica che fanno riferimento al premio Nobel per la Pace Ang San Suu Kyi sono più visibili, ora, e a maggior ragione intenzionati a mantenere rapporti con le organizzazioni di esuli e, soprattutto, con le diplomazie internazionali e le organizzazioni che ne riconoscono il ruolo; le minoranze etniche hanno ricevuto uno stimolo a una maggiore condivisione, anche delle loro risorse difensive. Da loro, e da un ruolo attivo della diplomazia internazionale il Myanmar può sperare di trovare una via d'uscita da una dittatura feroce che dal 1962 non solo reprime ogni istanza democratica e ogni speranza di aderire a un consesso continentale che va imponendosi nel pianeta, ma che ha trascinato una delle realtà più promettenti dell'Asia post-coloniale oltre il baratro del sottosviluppo. L'ex Birmania è tra i 20 Paesi più poveri al mondo e il 10% della sua popolazione soffre la fame, mentre rubini, diamanti, risorse petrolifere, legname e oppio acquistano armi e più strette dipendenze da vicini come la Cina e l'India. Risorse che anziché essere benefiche risultano una maledizione per milioni di tribali da decenni in lotta contro il governo centrale, che hanno la sfortuna di trovarsi nelle aree di provenienza di queste materie prime e, ancor più in quelle destinate a velleitari "progetti di sviluppo", tra cui le immense dighe sul Salween che porteranno energia idroelettrica alla Thailandia e fino alla lontana Singapore e fiumi di dollari nelle tasche dei generali al potere.

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
di Tiziana Salmistraro, Iscos Nazionale (del 14/01/2008 @ 16:59:50, in Africa, linkato 670 volte)

I terribili avvenimenti di queste ultime settimane in Kenya hanno riportato l’attenzione sull’Africa e al fantasma di un altro genocidio.
“Mai più!” ha detto la comunità internazionale dopo il Ruanda. Mai più non (voler) vedere quello che si stava preparando e stava avvenendo. Mai più aspettare. Condannare le violenze, fin dall’inizio e mettere in atto tutta la diplomazia per trovare la strada del dialogo. Certo, è un problema del Kenya e solo all’interno di esso può la volontà di dialogo prevalere sulla violenza. Ma anche le dichiarazioni esterne hanno il loro peso. In positivo come in negativo. Soffiare sul fuoco e dire che il problema è quello religioso, che dietro a quello che sta avvenendo c’è la lunga mano di Al Qaeda, non porta nessun contributo al dialogo, o lo porta in negativo creando ulteriori tensioni e distogliendo l’attenzione dalle cause.
Questa è un’altra storia e come tale andrebbe analizzata con molta serietà. È chiaro che una deriva violenta con conseguente instabilità del Kenya significherebbe la destabilizzazione di un’intera area, già molto provata dalla situazione della Somalia. Essere stupiti oggi e dire, come hanno fatto molti giornali, che non ci si aspettava una violenza di questo genere perché il Kenya era considerato “un paese modello”, visto che è visitato da migliaia di turisti. Mi viene da pensare a quando, dopo un crimine (quasi sempre familiare) i vicini di casa descrivono l’assassino/a come una persona normale, tranquilla…. Ma cosa ne sappiamo noi di cosa avviene all’interno della famiglia, cosa ne sappiamo di cosa cova nell’individuo per fatti e episodi a noi sconosciuti e che fanno la storia di quella persona. Cosa ne sappiamo noi di cosa avviene in Kenya nei villaggi, nei luoghi lontani da quelli frequentati dai turisti. Ma chi, per ragioni di lavoro o passione, ha uno sguardo più attento anche ai giornali o alle notizie internazionali (sempre troppo poche nei nostri giornali e mezzi di comunicazione, con alcune eccellenti eccezioni come Radio 3 mondo) e si occupa in termini generali di Africa poteva notare almeno da 10 mesi a questa parte che stavano avvenendo episodi di conflitti violenti in alcune zone del Kenya. Violenze determinate quasi sempre dalla distribuzione iniqua della terra nei villaggi. Quello che sta avvenendo ha come causa i gravi problemi economici che affliggono le popolazioni di quel paese. Una grande “disparità tra chi ha tanto e chi ha nulla”, ha dichiarato Padre Zanotelli nei giorni scorsi su Misna. Le cause sono economiche e i risultati delle elezioni (delusione e rabbia per chi sperava in un cambiamento) sono l’effetto e non la causa. In questi giorni si parla e si scrive di scontri etnici in particolare tra l’etnia Kikuyu e quella Luo, alle quali appartengono Kibaki, presidente uscente e dato come vincitore, e Odinga, leader dell’opposizione, senza però andare oltre, senza spiegare le ragioni che portano popolazioni che vivono insieme a rivoltarsi gli uni contro gli altri. La ragione, che ci piaccia o meno, è sempre del potere, quando esso viene utilizzato per premiare gli uni e penalizzare gli altri con una distribuzione ingiusta delle risorse. Troppo facile, semplicistico, oltre che sbagliato, dire che i problemi sono etnici.

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Pagine: 1 2

< maggio 2013 >
L
M
M
G
V
S
D
  
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
   
             


Titolo
Africa (30)
America Latina (13)
Area del Mediterraneo (1)
Asia (22)
Cina, un grande Paese sconosciuto (10)
Emergenza Alluvione Pakistan (6)
Emergenza Terremoto ad Haiti (3)
Europa dell'Est (1)
Giornata Mondiale del Lavoro Dignitoso 2008 (2)
Iniziative Italia (5)
ISCOS Bruxelles (4)
Pakistan, dopo l'alluvione (3)
Racconti in libertà (1)
Una finestra sul Mondo (2)
VII Social Forum Mondiale - Nairobi 2007 (9)

Catalogati per mese:
Dicembre 2006
Gennaio 2007
Febbraio 2007
Marzo 2007
Aprile 2007
Maggio 2007
Giugno 2007
Luglio 2007
Agosto 2007
Settembre 2007
Ottobre 2007
Novembre 2007
Dicembre 2007
Gennaio 2008
Febbraio 2008
Marzo 2008
Aprile 2008
Maggio 2008
Giugno 2008
Luglio 2008
Agosto 2008
Settembre 2008
Ottobre 2008
Novembre 2008
Dicembre 2008
Gennaio 2009
Febbraio 2009
Marzo 2009
Aprile 2009
Maggio 2009
Giugno 2009
Luglio 2009
Agosto 2009
Settembre 2009
Ottobre 2009
Novembre 2009
Dicembre 2009
Gennaio 2010
Febbraio 2010
Marzo 2010
Aprile 2010
Maggio 2010
Giugno 2010
Luglio 2010
Agosto 2010
Settembre 2010
Ottobre 2010
Novembre 2010
Dicembre 2010
Gennaio 2011
Febbraio 2011
Marzo 2011
Aprile 2011
Maggio 2011
Giugno 2011
Luglio 2011
Agosto 2011
Settembre 2011
Ottobre 2011
Novembre 2011
Dicembre 2011
Gennaio 2012
Febbraio 2012
Marzo 2012
Aprile 2012
Maggio 2012
Giugno 2012
Luglio 2012
Agosto 2012
Settembre 2012
Ottobre 2012
Novembre 2012
Dicembre 2012
Gennaio 2013
Febbraio 2013
Marzo 2013
Aprile 2013
Maggio 2013

Gli interventi pi letti

Ultimi commenti:
I agree. Nothing cou...
06/10/2011 @ 12:26:10
di womens north face clearance
I agree. Nothing cou...
06/10/2011 @ 12:26:04
di womens north face clearance
I agree. Nothing cou...
06/10/2011 @ 12:26:01
di womens north face clearance

Titolo
Africa (5)
America Latina (5)

Le fotografie pi viste





24/05/2013 @ 17.57.20
script eseguito in 109 ms


Network Ituc - Csi csi Etuc - Ces Ces Concord Ong Italiane
Sostenitori

©2006 ISCOS Istituto Sindacale per la Cooperazione e lo Sviluppo