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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Dal 26 al 29 marzo 2008 si è svolta una missione ISCOS Lombardia in Pakistan nell’ambito del progetto di sostegno ai bambini e ragazzi afgani profughi in Pakistan. Di seguito un'intervista a Paola Bordi, operatrice ISCOS Lombardia, che ha preso parte alla missione assieme a Giacomo Plebani, rappresentante del Fondo Falck.
Qual è stato il momento centrale della missione?
Il momento centrale della missione è stato la visita al Centro di accoglienza di Peshawar, costituito nel 2002 da ISCOS e dall’associazione afgana RAWA.
Quali sono i beneficiari di questo progetto e come viene gestita la struttura?
Al centro di accoglienza sono ospitati 35 bambini che ci hanno accolti in modo festoso cantandoci in coro delle canzoni afgane. Sono tutti molto ben vestiti e in ordine. A prendersi cura di loro ci sono Hidayatullah e sua moglie Adila che fungono da figure genitoriali e che hanno, a loro volta, una bimba. La maggior parte dei bambini e dei ragazzi ha perso il papà durante il regime talebano. Taufique e Muzgan hanno 7 anni e sono i più piccoli del gruppo, mentre la più “grande” è Razia che ha 19 anni e vive nell’orfanotrofio da 7. Oltre a frequentare regolarmente la scuola, tutti seguono attività extra-scolastiche quali ginnastica, calcio, badmington e informatica. Come tutti i bambini, sognano di diventare piloti, medici o insegnanti e il progetto dell’ISCOS Lombardia opera perché questi sogni possano avverarsi. ISCOS Lombardia, infatti, in raccordo con ISCOS Piemonte, sostiene il funzionamento dell’orfanotrofio allo scopo di reinserire i ragazzi nelle famiglie di origine (se esistenti e disponibili) e di preparare le basi per la creazione di laboratori professionali per i ragazzi che hanno concluso il percorso scolastico, affinché siano in grado di provvedere da sé al proprio futuro.
Come si è conclusa la vostra missione?
In seguito è stata effettuata una visita nella Val Manhsera alla scuola per bambine di Kagal ricostruita dopo il terremoto dell’ottobre 2005 grazie ai finanziamenti del Fondo Falck.
Essere arrivato in Burundi a conclusione di un altro progetto dell�Iscos (quello terminato da Tiziana nel 2006) è stata la prima fortuna: segretaria e logista erano già ben organizzati. Conoscevano i "meccanismi Iscos" e questo ha facilitato e reso più rapido il mio inserimento. Penso, ad oggi, che si sia creato un buon spirito di squadra: Radjabu - il suo aiuto e il suo supporto sono veramente preziosi, Esperance - ha tutta l'esperienza per condurre in maniera autonoma non solo il lavoro di amministrazione, ma anche di tramite con i formatori e gli istituti vari. In più negli ultimi mesi si sono aggiunte altre due persone, ragazzi giovani che stanno terminando i loro studi e che qui sono impiegati, uno come aiuto logista e l'altra come seconda impiegata. L'ambiente è sereno, si scherza, non ci sono troppi formalismi nel nostro ufficio (purtroppo, chi mi conosce, sa che faccio un po' fatica a restare attaccato alla forma), ma tutto senza andare oltre: quando siamo "fuori" ognuno è cosciente del ruolo che ricopre e nessuno "si tira indietro". Sono soddisfatto anche di come si lavora con i collaboratori esterni, il co-direttore, il tutor e il segretario del Consiglio Nazionale del Lavoro, tutte "figure" previste nel progetto. Le capacità di alcuni si conoscevano già , gli altri hanno saputo mostrare tutto il loro valore nel corso di questo progetto e li abbiamo apprezzati. Non c'è volta in cui mi sia stato negato un incontro richiesto, assistenza o un semplice consiglio, e questo nonostante il sovraccarico di impegni che hanno. C'è buona intesa, gli uni cercano sempre di comprendere i problemi degli altri ed ecco perché si riesce a trovare in ogni situazione la necessaria convergenza. I problemi esistono, sono evidenti e si possono toccare con mano tutti i giorni: inflazione, carenza di beni primari, sicurezza, Parlamento bloccato da più mesi e carenze di chi governa. Ma la dedizione e la preparazione di queste persone conosciute ci permettono ancora di guardare un po' più in là e provare a restare in piedi.
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