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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Arrivata a Shenzhen ho conosciuto Liu. Liu è nata in un villaggio nella provincia dello Hunan, ma ha studiato legge all’università di Shenzhen e poi ad Hong Kong. Ha 25 anni ed attualmente lavora in una ONG cinese occupandosi di assistenza ai malati mentali. Liu rappresenta la reale possibilità di cambiamento di questo paese. Studiando ad Hong Kong parla correttamente l’inglese, si è laureata con una tesi sul diritto europeo sulle pari opportunità, legge molto, è decisa a fare un’esperienza di lavoro all’estero per rendersi conto in prima persona di quello che ha letto di altri paesi. Liù è molto contenta del suo lavoro: è quello che desidera fare (ed è fortunata a poterlo fare) Mi dice con straordinaria naturalezza: “In Cina i malati mentali non hanno diritti”. L’avvocato B. a Zhengzhou raccontava del caso di un agricoltore – di cui si era occupato – che, per aver reclamato diritti sulla terra, era stato prelevato dalla polizia, accusato di essere psico-labile e rinchiuso in un ospedale per malati di mente..perdendo qualsiasi diritto, incluso quello di reclamare la proprietà della terra. Molti cittadini “scomodi”, considerati tali solo perché reclamano i loro diritti, vengono tacitati in questo modo. Liu pensa ci sia speranza per i malati di mente in Cina: speranza di ottenere una legge equa, rispettosa della dignità umana, che finalmente sancisca la tutela dei diritti fondamentali anche per loro. “La nuova generazione” dice, “è profondamente diversa da quella dei miei genitori. I giovani cinesi sono più informati e più consapevoli dei loro diritti, pertanto saranno portatori di grandi cambiamenti”: Liu mi parla di giovani appena maggiorenni che negli ultimi mesi hanno guidato e rappresentato migliaia di lavoratori in “scioperi” contro condizioni di lavoro penalizzanti. Mentre Liu mi parla ..penso all’articolo appena uscito sul South China Morning Post dall’eloquente titolo “Gli imprenditori di Hong Kong soffocano le riforme sul lavoro”
A Zhengzhou nell’ ufficio di Yirenping, un’organizzazione cinese che si occupa della lotta alla discriminazione, incontro l’avvocato B. Con un passato da studente attivista, B. avvia un suo business e diventa imprenditore. Ma da imprenditore onesto e rispettoso dei diritti dei lavoratori, affronta presto gravi difficoltà ed è costretto a chiudere la sua azienda. Sempre più interessato alla difesa dei diritti, completa gli studi in legge e diventa un avvocato che, spesso in forma gratuita, difende tutti coloro che non potrebbero permettersi un’assistenza legale. I più vulnerabili tra i lavoratori come i minatori o gli agricoltori..ma anche studenti, disabili. B., come molti altri difensori dei diritti umani è finito nel mirino della polizia. Ciclicamente il governo cinese adotta misure restrittive nei confronti di attivisti che si battono per garantire giustizia e rispetto della dignità umana. In alcuni casi le intimidazioni divengono tanto pericolose da costringere alla fuga. Recentemente è accaduto a Wan Yanhai, direttore di Aizhixing, una nota organizzazione della società civile cinese in prima linea nel sostenere i diritti dei malati di AIDS. Wan è dovuto fuggire con la sua famiglia negli Stati Uniti. Chi fugge non ha altra scelta e paga un prezzo altissimo per la fuga: quello di non sapere se e quando potrà tornare nel suo paese. Aizhixing non ha smesso di operare, nemmeno Yirenping, malgrado le intimidazioni e le pressioni. L’avvocato B. gli amici Lu e Wen continuano, mentre scrivo, il loro lavoro. Alacremente, senza sosta.
Torno a Pechino, la mia prossima meta è Shenzhen. Senza sosta continuo a pensare a loro, alla loro incrollabile fiducia sul cambiamento che la società civile cinese è in grado di realizzare.
La stazione ovest di Pechino è la stazione dei lavoratori migranti. Sono tutti in partenza per il Festival di Metà Autunno. Sono in partenza anch’io, diretta a Zhengzhou, la capitale della provincia dello Henan. Una delle provincie più popolose della Cina, dalla quale proviene un’imponente numero di lavoratori migranti. Questa provincia è nota per essere stata teatro di avvenimenti che sfiorano l’atrocità. Qualche anno fa, la capitale, Zhengzhou ha conquistato le prime pagine dei giornali – cinesi - per una vicenda che ha come protagonisti adolescenti disabili vittime di lavoro forzato. Nel 2007, infatti, da Zhengzhou sono partite le ricerche di alcune famiglie che avevano perso le tracce dei loro figli scomparsi in città. Figli adolescenti e disabili, rapiti alle loro famiglie e trasportati nella provincia dello Shanxi per lavorare letteralmente come schiavi nelle fornaci di mattoni. Andando un po’ a ritroso nel tempo, negli anni ’90, la provincia dello Henan è stata protagonista di uno degli scandali più grandi che la Cina ricordi. In quegli anni il governo “invitava” gli abitanti più poveri della provincia a vendere il proprio sangue per arrotondare il reddito. La raccolta, però, era eseguita senza controlli e senza precauzioni igieniche. La conseguenza è stata il diffondersi di contagi da HIV e dell’epatite. Il governo ha deciso di prendere provvedimenti solo nel 2003. Dallo scoppio dello scandalo in tutta la provincia si sono intensificati i controlli della polizia, che ha sempre cercato di evitare che media, avvocati, stranieri venissero a contatto con i numerosi attivisti dello Henan come Ma Yan, vittime dell’azione scellerata del governo, contagiati dal virus dell’HIV o dall’epatite.
21 settembre 2010 sera
Gli stranieri non sono ammessi negli alberghi a tre stelle a Zhengzhou. Così ci informa la reception dell’Handing Innis hotel. Gli stranieri in questa città sono benvenuti solo se alloggiano in alberghi di lusso o super lusso.
Sono arrivata a Zhenghzhou da sole tre ore e mi rendo conto di quanto sia difficile lavorarci, se non pericoloso. Sono arrivata in compagnia di una collega italiana ed un giovane cinese, attivista per i diritti umani che chiamerò Wen. Dopo il rifiuto dell’Handing hotel, attraverso qualche ricerca in internet e parecchie telefonate, riusciamo a trovare un albergo che ci “accetta”. Ma nell’Home Inn hotel ci attende un’interessante sorpresa. Sulle porte di tutte le stanze dell’albergo è incollato un cartello rosa che recita più o meno. “I gentili clienti sono informati che ogni giorno dalle ore 22.30 alle ore 23.30 la polizia effettuerà controlli”.
Sono andata a Tianjin. Io sono una privilegiata pertanto ha viaggiato con treno ad alta velocità. Ho raggiunto Tianjin in mezz’ora viaggiando oltre 300 km orari. Questa città a sud est di Pechino è divenuta famosa per le ristrutturazioni dei quartieri che ospitano esempi di architettura francese, inglese, belga, italiana…
La stazione di Tianjin questa mattina rappresentava uno spaccato della vita in Cina.
I cinesi infatti si preparano a celebrare la Zhongqiujie, il Festival di Metà Autunno. Festa d'origine contadina che celebra la fine del raccolto estivo. In occasione del Festival di Metà Autunno le famiglie cinesi si riuniscono; in realtà si riuniscono le famiglie che possono farlo. Centinaia di milioni di cinesi, infatti, vivono lontano, spesso lontanissimo dalle loro famiglie. Sono in prevalenza lavoratori migranti. Si spostano dalle campagne per trovare lavoro, poco pagato e senza tutele nei centri industriali. Oggi, per accedere alla stazione di Tienjin c’era una lunga fila. Davanti a me tre signori vestiti con abiti consunti, cappello di paglia e scarpe da lavoro più consunte degli abiti, non lasciano dubbi sulla loro identità di lavoratori migranti. Non in quale villaggio sono diretti, ma so che si accingono ad affrontare un viaggio di 3-4 giorni per raggiungere le loro famiglie. Acquistano biglietti per viaggiare in piedi su treni lentissimi e molto affollati in questo periodo. E’ il solo biglietto che possono permettersi, i fortunati che possono permetterselo. Perché non a tutti sono concesse “ferie” che consentono di affrontare viaggi tanto lunghi. La maggior parte dei lavoratori migranti non hanno i soldi per acquistare neppure i biglietti più economici poiché le loro paghe sono trattenute da caporali o supervisori per evitare che una volta andati a casa non facciano più ritorno al lavoro. Appena entrata nell’enorme stazione vedo gruppi di persone sedute per terra ovunque. Portano grossi sacchi legati alla meglio come bagaglio, stuoie per dormire durante il viaggio, utensili di ogni tipo da portare a casa: secchi, bacinelle, bicchieri, tutto rigorosamente di plastica, tutto rigorosamente “Made in China” come recita una evidente fascia sul cappello di paglia di un uomo che si trascina insieme al suo sacco ed alla sua stuoia. E’ visibilmente stanco, ma sereno: lui è fortunato, sta tornando a casa.
Il 26 luglio del 2010 nella provincia pakistana conosciuta come NWFP (North-West Frontier Province) oggi Khyber Pakhtunkhwa, è arrivata la pioggia. Ha piovuto copiosamente e in maniera ininterrotta per sei giorni. Per sei giorni centinaia di migliaia di metri cubi d’acqua hanno eroso montagne, distrutto argini, gonfiato i letti dei fiumi e spazzato via ponti, strade, scuole, ospedali e vite umane. Un disastro di proporzioni colossali. 20 milioni di persone sono state colpite della calamità, un numero molto più alto delle vittime sommate dello Tsunami nel 2004 e del terremoto in Kashimir nel 2005, benché il numero di morti sia notevolmente inferiore. Le cifre che descrivono le devastazioni sono imponenti come la portata della calamità: 1/5 del territorio del paese è stato colpito dalle alluvioni. 2 milioni di case sono state distrutte. 1/5 dell’intera produzione di cotone del paese è andato perduto. Tuttavia queste cifre non possono descrivere la sofferenza, l’angoscia e la solitudine di milioni di persone che in pochi giorni hanno perso tutto quello che avevano. Spesso il poco, o pochissimo che avevano. Commentatori e media internazionali hanno fatto notare l’esiguità degli aiuti ricevuti in Pakistan rispetto le necessità del paese. Ma le necessità del paese vanno ben oltre quelle provocate dalle alluvioni. Perché alle distruzioni provocate dalle piogge degli ultimi due mesi si sommano quelle provocate dalla politica e da alcuni eventi subiti dal paese negli ultimi tre anni.
Il Pakistan è governato da una coalizione di partiti guidati dal PPP (Pakistan People’s Party) del Presidente Zardari – vedovo della leader Benazir Bhutto assassinata nel 2007. Zardari non gode della stima dei suoi connazionali, è apertamente accusato di corruzione ed il suo operato politico è spesso contestato. Un governo debole e corrotto in un paese che deve affrontare problemi gravi non solo di natura economica, ma anche socio-politica. Dopo l’ascesa al potere del Presidente Zardari e la scomparsa dall’arena politica del generale Musharraf, suo predecessore, nel paese è diventata sempre più invasiva la presenza di gruppi fondamentalisti islamici e di partiti di ispirazione islamica, che, in alcuni casi, come in quello della provincia del Khyber Pakhtunkhwa, hanno conquistato la maggioranza e governano. Sempre nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, l’infiltrazione di gruppi talebani, provenienti in gran parte dal fluido confine a nord ovest tra Pakistan ed Afghanistan, ha provocato scontri armati talmente violenti da costringere la popolazione di interi distretti a fuggire dalla propria terra,abbandonando la propria casa, i propri averi. Circa 2 milioni di persone si sono riversate nella valle dello Swat nel maggio 2009 per fuggire dagli scontri tra l’esercito pakistano e militanti talebani nella Malakand division.
Le alluvioni di alcune settimane fa sono cadute su un paese afflitto già da molte altre piaghe. Un paese che fatica ad emergere, non solo dall’acqua e dal fango che l’acqua ha lasciato dietro di sé, ma soprattutto dall’abisso dei problemi politici, economici e sociali, la cui soluzione non può essere demandata agli aiuti umanitari.
Intanto milioni di pakistani chiedono sostegno immediato per recuperare la loro vita. Chi perde la casa, infatti perde con essa tutto ciò che possiede: una dimora e tutti i beni di prima necessità. Milioni di pakistani chiedono aiuto non tendendo la mano per ricevere denaro in modo caritatevole, ma chiedendo di essere loro stessi protagonisti della ricostruzione. Benché agli sguardi dell’opinione pubblica mondiale, il Pakistan può apparire solo come un paese in cui si diffonde a macchia d’olio il fondamentalismo e la violenza, la società civile pakistana ha dato prova – soprattutto in queste ultime settimane – di essere solidale, attiva, aperta. Ad oggi, chi ha contribuito maggiormente al sostegno delle vittime delle alluvioni non sono le organizzazioni internazionali o il governo, ma i cittadini pakistani.
E’ dalla società civile pakistana che può e deve ripartire la ricostruzione del paese: non semplicemente quella fisica, ma anche quella politica e sociale. A noi il compito di cooperare con loro per raggiungere l’obiettivo.
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