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di Valeria Patruno, Iscos Nazionale (del 24/03/2011 @ 10:55:55, in Pakistan, dopo l'alluvione, linkato 273 volte)

Sono trascorsi più di sei mesi dal mio ultimo viaggio a Nowshera. Oggi fa molto caldo e viaggiando verso Nowshera, zona rurale del KPK (Khyber Pakhtunkhwa) a nord ovest di Islamabad, il caldo aumenta. Il Kabul river è sempre placido: sembra impossibile che acque apparentemente così calme - nell’estate 2010 - abbiano causato la morte di centinaia di persone e una devastazione senza precedenti. Sei mesi fa durante la mia prima visita a Nowshera ero stata “sopraffatta” dall’acqua che era ancora ovunque. Visitavo case in cui il tanfo di umido rendeva l’aria irrespirabile, percorrevo strade ancora invase dalla melma e dai detriti. Vedevo letti e divani sui tetti – o quello che era rimasto dei tetti; sparsi ovunque per le strade e fuori le case utensili di ogni tipo, stoviglie, tappeti, abiti in brandelli. Era il “day after” e la comunità si stringeva in un corale abbraccio per sostenersi l’un l’altro in un momento di emergenza estrema. Ma il momento più duro da affrontare arriva sempre dopo. Quando l’acqua si ritira e dopo aver riunito le famiglie, essersi riabbracciati, si iniziano a contare i danni, scoprendo che non c’è nulla da contare perché è andato tutto perduto. Accompagnata da Haad, leader sindacale molto rispettato nella comunità, ho visitato diverse case – finalmente in ricostruzione. Haad mi dice “siamo soli a dare una mano a questa gente”. Entro in casa di Mr. J. Della sua casa non è rimasto che qualche cumulo di mattoni e le fondamenta. Mr. J. un giovane uomo gracilissimo ci guarda con aria riverente, Haad deve avergli detto che lo aiuteremo a ricostruire la sua casa. La moglie di Mr. J. a seguito dell’alluvione e della perdita di tutti i suoi beni soffre di disturbi psichici. Mr. J. ha un fratello la cui casa è ridotta anche’essa in macerie. Haad saluta Mr. J con un quasi abbraccio, cerca di infondergli fiducia e coraggio. Vorrei anch’io poter almeno stringere la mano di Mr. J., ma sono una donna e non è “conveniente”. Non ho parole per esprimere in modo appropriato solidarietà e conforto. Il mio sguardo vorrebbe dirgli “non sei solo”

Se ho contato correttamente ho bevuto nove chai (tè al latte molto zuccherato) durante una sola giornata di visite a Nowshera. Non mi farà bene, ma non importa. In quasi tutte le case visitate, le donne della casa hanno voluto incontrarmi e, non parlando una lingua comune, abbiamo fraternizzato con il tè. Vedo decine di bambini in ogni casa. A Nowshera vivono le cosiddette famiglie allargate; ovvero più fratelli e le loro rispettive famiglie vivono in parti diverse della stessa casa o in case contigue. Pertanto, se un membro della famiglia è stato colpito dall’alluvione è verosimile che anche il resto della famiglia lo sia stato. Ma ci sono anche casi di famiglie poco numerose o nuclei mono familiari. Sono entrata in una casa in ricostruzione in cui era ben visibile un francobollo di muro dipinto di bianco, rimasto unica memoria del fatto che in quel luogo sorgeva una casa. E’ la casa di un uomo che avrà circa 80 anni. Ci viveva la sua famiglia. Ora lui è solo. L’ottantenne Mr. M. ci incontra con gli occhi lucidi. Ma c’è speranza nei suoi occhi. Appena ci vede rivolge le palme al cielo e inizia a pregare. Tutti coloro che beneficiano del sostegno alla ricostruzione della casa sono coinvolti nei lavori di costruzione come Mr. J., ma l’ottantenne Mr. M. non ce la farebbe a spostare un singolo mattone, pur volendo. Tuttavia, Haad dice che assiste quotidianamente i lavori. In auto sulla via del ritorno mi ripeto che la speranza nello sguardo delle persone è la più bella casa realizzata Haad, Gabriele, Yunus e le decine di persone che lavorano con loro…

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Si calcolano dalle 10 alle 14 ore di black out giornaliero in Punjab. Per metà della giornata – ad esclusione della città di Islamabad, la provincia più popolosa del Pakistan è senza corrente elettrica. L’autorità pakistana per l’energia elettrica e l’acqua (WAPDA) creata nel 1958 è stata divisa nel 2007 in WAPDA e PEPCO (Pakistan Electric Power Company), ma non sembra questo abbia portato sostanziali miglioramenti. Zahida lavora alla WAPDA da vent’anni e dal 2005 ha iniziato la sua attività sindacale. Anche suo padre era sindacalista e lavorava anche lui alla WAPDA. Con Zahida scambio qualche parola sul futuro del Pakistan e soprattutto su quello delle donne Pakistane. “I cambiamenti richiederanno tempo..le donne non sono ascoltate, soprattutto se parlano ai grandi capi aziendali”. “Io ho deciso di diventare una sindacalista spinta dall’inquietudine di dover fare qualcosa per migliorare la mia posizione e quella di molte altre donne in Pakistan” “Non ho mai avuto timore di confrontarmi – dice Zahida – ed ho pensato che se potevo difendere me stessa, affrontare i problemi che mi riguardavano sul posto di lavoro, avrei potuto utilizzare questa capacità a beneficio di tutte le donne”

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Non ho dormito dal viaggio ma attendo con piacere l’ultimo corso di formazione sulla contrattazione collettiva per dirigenti sindacali ad Islamabad. Arrivo durante la simulazione: al tavolo della contrattazione sono piacevolmente sorpresa di trovare una donna seduta tra la rappresentanza dei lavoratori, ma anche una donna seduta tra la rappresentanza del management aziendale. Nella realtà non accade. Benché solo attraverso una simulazione, questi sindacalisti mostrano che si può pensare un mondo diverso. Durante la simulazione arriva un messaggio sul mio cellulare: “Proteste previste alle 16 a Rawalpind ed alle 17 ad Abpara Market – Islamabad". Preferisco restare concentrata sul positivo pensiero dell’evoluzione del movimento sindacale in Pakistan.

Ritorno alla guest house e sul mio cellulare visualizzo un’altro messaggio: “Evitare le zone di Abpara Market fino alla Diplomatic Enclave e zone limitrofe a causa di manifestanti facinorosi che sono nella suddetta zona nella misura di 600 unità”. Dal minareto di fronte la guest house riecheggia il muezzin per la preghiera delle 18.30. Ripenso ad un mondo diverso, che cambia.

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