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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
La signora Vasanthi non ha timore nè reticenza a definirsi una donna con ideali politici che hanno radici lontane. La signora Vasanthi non è una sindacalista, difende i diritti dei bambini in particolare di quelli tra 0-5 anni. Ma insieme ad alcuni sindacati indiani la signora Vasanthi difende strenuamente anche i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori che si occupano dei bambini in strutture simili ad asili nido. In India questi lavoratori/trici sono definiti operatori dell’Early Child Care and Education (ECCE). Negli ultimi anni, è stato finalmente riconosciuto loro un aumento salariale, che ha portato il loro compenso prima da 600 a 1.200 rupie, per poi, nel febbraio 2011, giungere alla cifra di 3.000 rupie al mese (circa 50 Euro). A partire dal quest’anno, per la prima volta in India verranno pubblicati dal Ministero delle statistiche a cadenza quadrimestrale i dati sul mercato del lavoro che comprenderanno anche indicatori a livello nazionale anche per il cosiddetto settore non organizzato (o il settore informale) nel quale è impiagato circa il 90% della forza lavoro. Dati ed indicatori riguarderanno le remunerazioni mensili per i lavoratori occasionali, i dipendenti e lavoratori autonomi. Forse ci saranno i dati sulle remunerazioni degli operatori ECCE…
Pensiero del giorno
“Lo spirito di democrazia non è una cosa meccanica da regolare con l'abolizione delle forme. Essa richiede il cambiamento del cuore” (Gandhi)
In India il terzo settore e più precisamente il settore delle organizzazioni non governative è rilevante ed anche (rigorosamente) regolato. Le organizzazioni non governative sono tutte registrate e il loro funzionamento è severamente controllato. Tuttavia le numerose e attive organizzazioni non governative indiane non hanno alcun potere contro le decisioni governative nei loro confronti. Per poter ricevere fondi esteri le ONG indiane devono essere registrate. Nel gennaio 2011 il governo indiano ha emendato la legge sulla registrazione, aggiungendo come criterio di eleggibilità alla ricezione di fondi esteri quello che le organizzazioni debbano lavorare “nell’interesse nazionale”. Espressione il cui significato non è definito nel testo di legge.
Ho incontrato una manager indiana del settore non profit. E’ stata una triplice sorpresa: per l’incontro con una donna che ricopre la carica CEO di una organizzazione che si occupa di fund raising per le organizzazioni non governative indiane, per il contenuto della conversazione e per ciò che nella conversazione non è emerso. Il fund raising del settore non profit in India è molto avanzato. Anche quello rivolto al corporate: le gradi aziende, i grandi imprenditori filantropi, la responsabilità sociale d’impresa. Il limite sta nelle “cause” e nelle attività che le donazioni sostengono. Va tutto bene se si dona per i giovani portatori del virus HIV, per i malati di glaucoma, per l’educazione dei bambini, ma quando chiedo alla CEO cosa accade se ad un corporate indiano viene chiesto di finanziare un progetto contro il lavoro forzato minorile, l’elegante CEO mi risponde porgendomi sorridente la sua business card: “Perché non viene a trovarmi nel mio ufficio, potremmo parlarne con più calma.”
(sera)
In un piccolo articolo apparso sul Times of India oggi sono riportati i dati del censimento 2011 (la BBC aveva divulgato i medesimi dati due mesi fa). Il focus principale è sul chid sex rate, ovvero il rapporto del numero di bambine per ogni 1000 bambini di età compresa tra 0 e 6 anni, nei vari distretti del paese. Il trend sembra essere migliorato, ma solo in termini assoluti. Comparando i dati del precedente censimento del 2001 con gli attuali in alcuni distretti la situazione peggiora, questo significa che in questi distretti il numero di aborti basati sul sesso del feto e degli infanticidi delle bambine è aumentato negli ultimi dieci anni. In particolare in Jammu and Kashmir, Nagaland, Manipur e le cosiddette aree tribali (al centro ed a nord-est del paese).
Ho trascorso qualche giorno a Delhi senza vedere vacche per strada, né elefanti, ma incrociando continuamente sguardi umili, schiene ricurve, piedi nudi. Sono gli sguardi, le schiene e i piedi degli ultimi del sistema delle caste che lavorano, direi, senza sosta. Donne, uomini, bambini, che vivono nel silenzio della loro fatica. Come Ratan (nome di fantasia accuratamente ironico) che incontro tutti i giorni. Ratan è uno stiratore ambulante. L’età è indefinibile: appare anziano, alto, magro, il volto scavato. Stira per strada all’entrata del mercato di Green Park. Si è costruito il suo asse da stiro permanente: di mattoni con solide tavole di legno che compongono il piano da stiro più grande che abbia mai visto. Ratan arriva al lavoro al mattino presto; le 7:30 circa. Porta con se il ferro a carbone e pacchi di indumenti da stirare. Continua a lavorare sino alle 20, ovvero continua a stirare per circa 12 ore con una temperatura media di circa 40 gradi. Vado a trovare Ratan tutti i giorni. Lo so, anche quando ha lo sguardo chino sul suo asse, Ratan vede tutto ciò che accade attorno a lui. Vede anche me, mentre lo osservo. Di lavoratori come Ratan non parla nessuno: sono la normalità. I media della seconda potenza emergente nel mondo non si occupano di lavoratrici e lavoratori. La mia impressione è che la stampa indiana non parli di nulla. I quotidiani in particolare sono pieni di annunci pubblicitari, brevissimi articoli di cronaca ed una sfilza di pose “plastiche” di politici nazionali. Sui giornali economici c’è solo l’esaltazione dei successi della liberalizzazione. Al pari dei risultati di una partita di cricket leggo questo titolo sull’Economic Times: “India beats China in Internet contribution to GDP”. Poi un ritaglio di notizia: Google rifiuta le nuove regole stabilite dal Governo indiano sull’utilizzo di Internet che proibiscono a tutti gli utenti di inserire sui siti, pubblicare, trasmettere o condividere qualsiasi informazione che possa essere grossolanamente dannosa, blasfema, diffamatoria, invasiva…Tale informazioni o dati dovranno essere rimosse dal web entro 36 ore dalla notifica governativa. L’interpretazione di ciò che possa essere blasfemo o dannoso è ad assoluta discrezione del Governo stesso.
Non avrei mai immaginato di trovare tante somiglianze tra i due giganti asiatici.
A conferma dello stato incerto dei diritti umani in India, leggo oggi i dati del Global Peace Index 2011 che in India registra un netto peggioramento dovuto principalmente alla violazione dei diritti umani…di cui tutti tacciono.
Pensiero del giorno
“Non si può più dire “Quello che succede fuori di qui non mi riguarda”. Il mondo è un sistema di vasi comunicanti e la situazione degli abitanti delle sue zone povere è destinata, prima o poi, a ripercuotersi sulle zone ricche.” (R. Kapuściński)
Le organizzazioni della società civile indiana temono l’azione del Governo nei loro confronti. Per me questa e’ stata una conferma dolente. Benché i timori delle organizzazioni indiane non sono comparabili con quelli delle organizzazioni della società civile di paesi come la Cina o la Birmania, i controlli e la pressione che queste organizzazioni ricevono da parte del Governo sono elevati. Una rappresentante delle ONG indiane di grande esperienza l’ha definita “paranoia politica”. E’ questa paranoia che impedisce ad un’organizzazione indiana di essere partner in un progetto se coinvolge comunità di migranti pakistani e bengalesi in paesi europei. Non so se è sempre la stessa paranoia che sulla copertina del nuovo libro di Arundhati Roy pubblicato dalla Pinguin Book India fa apparire la dicitura "per la vendita nel Subcontinente indiano eccetto in Pakistan".
Un’amica francese che ha vissuta a Delhi per molti anni mi ha raccontato nella pausa pranzo della sua amica Anu (nome di fantasia) che ha perso una gamba in giovane età. Accompagnata dal marito in piscina in uno dei più esclusivi sport center di Delhi ha dovuto assistere alla “fuga” in senso letterale di tutti i bagnanti della piscina, che temevano di poter essere “contagiati” dalla sua presenza. Questo e' accaduto pochi mesi fa. Ho assistito ieri sera alla presentazione dell’ultimo libro di Arundhati Roy, intitolato Broken Republic. Durante la presentazione sono rimasta colpita dall’affermazione “se chiedessimo ad una persona povera in India di indicare una sola istituzione democratica che si preoccupi delle sue necessità, non avremmo mai risposta ad una simile domanda”.
Leggo nel Times of India che 44 bambini lavoratori individuati in una unità di lavorazione della pelle a nord-ovest di Delhi, sono stati liberati. Il datore di lavoro sarà processato per la violazione di diverse leggi ed in particolare per violazione delle prescrizioni del Bonded Labour System (Abolition) Act promulgato nel 1976. I 44 bambini “liberati” lavoravano 16-17 ore al giorno in una stanza buia e priva di ventilazione. A Delhi la maggior parte dei bambini lavoratori è accuratamente nascosta in locali o case in affitto dove lavorano sino a notte fonda. I loro datori di lavoro spostano i bambini all’interno della stessa area a distanza di pochi mesi, pertanto è necessario che i raid da parte della polizia siano rapidi, una volta identificate le unità di lavoro. Secondo le stime degli attivisti contro il lavoro minorile, vi sono circa 500.000 bambini lavoratori sparsi nei nove distretti di Delhi. Di questi circa 100.000 sono lavoratori domestici e ambulanti che raccolgono di tutto.
Tutt’oggi l’accesso ai dati statistici ufficiali del Governo indiano sul lavoro minorile è riservato solo a coloro i quali sono dotati di apposita password per accedere il database dell’Istituto nazionale di statistica.
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