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 Difesa del diritto alla terra, Argentina...
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Un aiuto, che non coinvolga i popoli rendendoli protagonisti della loro emancipazione, rischia di trasformarsi in assistenzialismo senza sviluppo

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

di Chiara Vitrano - Iscos Cisl (del 08/08/2007 @ 11:20:17, in America Latina, linkato 1158 volte)

Sul piatto 200 milioni di euro. E un obiettivo ambizioso: sconfiggere la povertà in Sud America creando piccole e medie imprese.

Nascerà a Bogotà, in Colombia, la Fondazione per il microcredito del Banco Bilbao Vizcaya Argentaria, che finanzierà attività di microfinanza nel continente.

Per saperne di più www.bbva.es

Articolo tratto dal N.31 di Vita (4-10 agosto 2007).

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di Tiziana Salmistraro, Iscos Nazionale (del 02/08/2007 @ 14:33:26, in Africa, linkato 787 volte)

L’Iscos è presente in Burundi dal 2004, anno in cui ha avuto inizio un progetto di formazione formatori di dirigenti sindacali della CoSyBu (Confederazione dei Sindacale del Burundi) che si è concluso il 28 febbraio del 2006, attraverso un cofinanziamento della Commissione Europea nella linea dei diritti umani. 43 dei 47 sindacalisti formati, di cui il 51% sono donne, hanno costituito l’Associazione Formatori Sindacali (A.Fo.Sy) con l’obiettivo di diffondere la formazione tra le varie categorie nelle diverse province del paese.

L’Iscos, a conclusione del progetto, ha garantito con fondi propri il mantenimento della sede con il duplice obiettivo: facilitare l’azione della Confederazione e, allo stesso tempo, permettere all’Associazione dei formatori di avere la sala per svolgere la loro attività formativa e rafforzare in questo modo la Confederazione.

L'intervento dell'Iscos è avvenuto in un periodo cruciale della storia del paese, dopo tredici anni di caos istituzionale, stragi, crescente degrado economico e sociale. Il Burundi passava da un Governo di transizione previsto dal primo Accordo di Arusha (28/08/2000) a un regime effettivamente democratico nato attraverso diverse consultazioni elettorali fino all’elezione come Presidente della Repubblica il 19 agosto 2005 di Pierre Nkurunziza.

L’Iscos opera in Burundi nella convinzione che la creazione di un’autentica democrazia necessiti lo sviluppo contemporaneo di soggetti collettivi della società civile, come appunto il sindacato. Un sindacato che sia protagonista nella crescita sociale e nel processo di pacificazione e sia anche interlocutore autorevole nel dialogo sociale con le istituzioni governative e le associazioni degli imprenditori.

Frutto dell’intervento sopra descritto, l’Iscos ha avviato da aprile 2007 un progetto di formazione tripartita (Mistero della Funzione pubblica, del Lavoro e della Sicurezza sociale, l’Associazione degli imprenditori e la Confederazione Sindacale dei Lavoratori) sul dialogo sociale. Alla formazione partecipano 48 persone in rappresentanza dei tre partner sociali con l’obiettivo di dare a tutti gli strumenti per poter dialogare, negoziare all’interno di regole definite. Infatti uno degli obiettivi è l’elaborazione di un codice di condotta sul dialogo sociale. Attraverso questo strumento intendiamo contribuire a raggiungere il consolidamento della pace attraverso il dialogo e l’individuazione di una strategia comune per la riduzione della povertà e lo sviluppo del paese. Il programma è cofinanziato dalla Commissione europea nella linea dei diritti umani e ha la durata di 24 mesi.

Educazione:
Da settembre 2007 inizierà la ricostruzione di una scuola primaria, la fornitura di arredi e materiale scolastico, nel comune di Mpanda, provincia di Bubanza. Ne beneficeranno circa 300 alunni. Il titolare del progetto è l’Iscos Sicilia che ha ottenuto il finanziamento della Regione Sicilia. L’azione verrà svolta in collaborazione con la Ong locale, Biraturaba (in lingua locale significa "Ci riguarda") e in la collaborazione dell’Iscos Nazionale. La durata è di 6 mesi.

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di Stefano Frasca (del 31/07/2007 @ 14:18:47, in Asia, linkato 816 volte)

Il numero delle vittime dell’attacco dell’11 luglio alla moschea di Islamabad resta un mistero, di certo arrotondato dalle fonti ufficiali per difetto.

L’attacco brutale con cui il governo ha messo a tacere i fondamentalisti e i loro predicozzi ha scatenato la rabbia dei seguaci. Javaid mi racconta di un tizio che ha venduto il negozio di cd (solo registrazioni a carattere religioso) per ‘andare ad iscriversi come attentatore suicida’… In che senso, chiedo. Cioe’: esiste un posto dove la gente va, presenta il curriculum e dice ‘voglio diventare una bomba umana’ e l’impiegato (rigorosamente uomo, sa va sans dire) gli risponde ‘ecco, questi sono i moduli, venga con due foto tessera, se non ha la barba gliela diamo noi finta e firmi la clausola esimente la responsabilita’ per errato funzionamento del congegno, sa, e’ roba che fabbrichiamo in casa, si sa mai possa funzionare male… l’assicurazione copre i danni a parenti, esclusi terremoti, sommosse e azioni terroristiche’.

Assurdo, no? Infatti esiste.

Ci sono posti dove vai a cercare un parente che dicono si sia partito coi talebani a combattere in Afganistan. ‘No guardi, a me non risulta’. ‘Cerchi meglio, per cortesia’ ‘Ah, si’, si eccolo qui: si e’ arruolato sei mesi fa, adesso e’ ad esercitarsi’. Se chiedi ad un tassista ‘mi porti alla sede della tale organizzazione’ , rischi di sentirti dire : ‘dov’e', vicino all’ufficio dei talebani?’

Insomma pare che iscriversi sia semplice e, forse, come per gli istituti scolastici parificati, i selezionatori sono di manica larga.

Basta far numero.

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di Monica Berti (del 26/07/2007 @ 10:24:27, in Africa, linkato 2487 volte)

Appena arrivata in Burkina Faso, il paese degli Uomini Integri in lingua mooré, i miei colleghi di lavoro mi hanno sommersa di concetti nuovi: tre regioni, quattro province, la decentralizzazione, la riforma dell’acqua, pompe manuali, animatori di villaggio, artigiani riparatori.

Mi chiedo: perché ancora oggi, dopo il decennio dell’acqua, dopo innumerevoli progetti di cooperazione ed interventi governativi, la popolazione di questo paese africano ha bisogno di un importante investimento cofinanziato dall’Unione Europea per poter soddisfare uno dei bisogni primari, quello dell’accesso all’acqua potabile?

Una donna parte dal villaggio, s’incammina con la sua bacinella in bilico sulla testa, incontra la vicina che porta un bidone da 25 litri. Al pozzo, si mettono in fila dietro a due ragazzine che devono riempire un fusto da duecento litri adagiato su un carretto trainato dall’asino. I commenti s’intrecciano quando chiedo perché sono ad approvvigionarsi qui e non alla pompa, perché prendono acqua inquinata da una falda poco profonda invece di quella potabile, perché rischiano di cadere nel pozzo invece di azionare la leva della pompa.

Alla fine capisco che il pozzo attrezzato con la pompa manuale è stato realizzato nel 2000, nell’ambito di un progetto di cooperazione. Tutto il villaggio, le donne in primis, si erano rallegrate di non dover più percorrere 5 chilometri fino al pozzo a cielo aperto, soffrire di diarree ricorrenti ed altri disturbi gastrointestinali, fare la lunga fila assieme alle altre persone del villaggio vicino; lo scambio di chiacchiere e notizie sarebbe avvenuto lo stesso al mercato, ogni tre giorni.

Era stato facile imparare ad azionare la leva, agevole riempire i contenitori senza travasi, semplice tenere puliti i dintorni della pompa grazie al muretto costruito. Anche gli animali approfittavano dell’abbeveratoio collegato alla canaletta di scarico e il pantano dove prima si scivolava, dove le ciabattine rimanevano impigliate nella mota, era sparito, prosciugato dal pozzetto a perdere. L’acqua abbondava in casa, si poteva lavare più spesso i vestiti impolverati dall’harmattan*, le casseruole di alluminio brillavano, le piantine di menta, di pomodoro e qualche fiore crescevano annaffiate nei cortili, tra le capanne di mattoni crudi. Alcune donne, dallo spirito imprenditoriale, avevano iniziato a preparare birra di miglio e dolcetti fritti. Tutto sembrava possibile con l’acqua a portata di mano che scaturiva fresca e potabile, con la sola pressione della leva.

Eppure oggi non è più una realtà quotidiana, ma solo un ricordo, un bel ricordo. Cosa è successo?
I responsabili del progetto, dopo aver inaugurato il pozzo profondo, munito di una pompa azionata manualmente, avevano consigliato la creazione di un comitato di gestione e la formazione di un riparatore. Poi se ne erano andati. Gli abitanti avevano nominato qualche volontario, i soliti che si propongono per avere un incarico in più come presidente o tesoriere di un’associazione, per adempiere al consiglio dei Nassara (i Bianchi che avevano lasciato loro quel bel regalo) e il meccanico del villaggio, abile riparatore di biciclette e moto, automaticamente era diventato il “medico” della pompa.

Al primo guasto, quello del cuscinetto della leva, tutti avevano prontamente contribuito per comprarne uno nuovo nella bottega del lontano capoluogo e pagare la sostituzione. Qualcuno aveva suggerito di eseguire una colletta ogni anno per accantonare un fondo in caso di bisogno. La proposta, accettata dal consiglio degli anziani, era stata messa in pratica uno, due o forse tre anni, ma quando i tubi dovevano essere cambiati, il tesoriere non aveva nulla in cassa! Nessuno se la sentiva più di stringere ancora la cintura in quel luglio, in pieno periodo di soudure, quando le scorte sono agli sgoccioli e il nuovo raccolto non è nemmeno germinato. E così le donne erano ritornate a fare la fila al pozzo, a 5 chilometri da casa.

Ora, un consorzio di due ONG italiane, ISCOS e CISV, si propone di modificare questo scenario, tristemente ripetuto per un quarto dei punti d’acqua potabile del Burkina Faso. L'obiettivo da raggiungere è riparare o sostituire le pompe guaste, aggiustare o costruire strutture esterne come muretti, pozzetti e abbeveratoi, formare ed equipaggiare degli artigiani per renderli capaci di riparare i vari tipi di pompe manuali installate ad ondate successive, aprire dei punti vendita in prossimità dei pozzi con i pezzi di ricambio, da quelli di normale usura a quelli dei guasti gravi. Ma il progetto non punta solo ad assicurare l’approvvigionamento di acqua potabile, ma vuole garantirne la gestione in modo duraturo e conforme alla legislazione vigente. Quindi, in linea con la Riforma, si affiancano gli abitanti nel formare delle Associazioni degli Utenti dell’Acqua, legalmente riconosciute, rappresentanti sia le donne che gli uomini, di tutti i quartieri, anche quelli senza pozzi. Ogni associazione è responsabile di tutte le strutture idriche del villaggio, strutture gestite in nome del comune, legale proprietario da quando è in atto la decentralizzazione. Solo gli artigiani riparatori, accreditati dal Ministero dell’Acqua e contrattati dal comune, possono essere chiamati dal presidente dell’associazione per riparare una pompa, quando i controlli di manutenzione non sono stati capaci di prevenire un danno. In più, una “Mutuelle de l’eau”, una sorta di assicurazione mutualistica, permetterà di provvedere ai guasti più grossi o alle sostituzioni delle pompe vecchie, grazie ai contributi di tutti i villaggi.

L’acqua potabile è un bene troppo prezioso per non essere un diritto inalienabile per tutti. Perché questo diventi una realtà ovunque è necessario un impegno costante di ognuno per un suo consumo ed uso adeguato, in un’ottica di risparmio e di non inquinamento, sia qui che altrove.

*L'harmattan è il vento da est-nordest che soffia nel Sahel, spingendo masse d'aria calda e secca dal Sahara verso la fascia subsahariana.

Monica Berti
25 Luglio 2007

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di Mauro Martini - Iscos Cisl Bruxelles (del 25/07/2007 @ 13:35:27, in Asia, linkato 813 volte)

Islamabad, la citta', a detta dei pakistani, comoda come capitale perche dista soli 15 minuti dal Pakistan, e' nata a tavolino dalla mente a comparti a tenuta stagna di un bizzarro architetto greco negli anni sessanta. E' divisa come una griglia da battaglia navale in quadrati di 2 km per lato, definiti in settori con lettere e numeri. Io abito in F 11. l'ufficio dell' ISCOS e' in I 8. L'altro ieri sera invece una bomba e' esplosa in F 8. La situazione e' un po' tesa dopo i fatti della scorsa settimana capitati alla Moschea Rossa. Ci sono stati parecchi attacchi al governo ed all'esercito, soprattutto nelle regioni del nord ovest e nelle aree tribali, da parte di fondamentalisti islamici. Attacchi suicidi, bombe contro convogli militari. E poi la bomba di martedi sera, ad un comizio che avrebbe dovuto tenere l'ex giudice della corte costituzionale, Iftikhar Muhammad Chaudhry, licenziato da Musharraf alcuni mesi fa, ed ora divenuto un leader popolare. Strana bomba quella di martedi, il governo sostiene la tesi di un bombarolo suicida, i sostenitori del giudice indicano il governo come il vero mandante. Nel frattempo la tensione nel paese cresce. da alcuni giorni un'altra moschea di Islamabad, culla di fondamentalisti e' tenuta sotto stretta sorveglianza dall'esercito. Mi muovo poco, casa - uffico per lo piu', girando la citta' in minuscoli taxi gialli in un traffico all'inglese impazzito e variopinto, tra camion dipinti e colorati con iscrizioni arabe e disegni religiosi, luci e catenelle, biciclette e carretti trainati da cavalli, persone a piedi e motociclette, moltissime motociclette Honda 70 con spesso 3 o 4 persone in sella. ma Islamabad non e' il Pakistan, come dicevo, e' un cantiere in costante costruzione, una bolla diplomatica dove cooperanti internazionali, diplomatici e agenti delle nazioni unite vivono una loro vita a parte, dietro finestre di vetro in aree dall'area condizionata libere dalle polveri della citta'.
Appena fuori c'e' la citta' di Rawalpindi, ed il Pakistan diventa se stesso, si libera dallo schematismo dell'architetto greco e ritrova la sua vera caotica natura. Piu' a nord, sulla strada verso Manshera, imboccando la Karakorum Highway, strada costruita quasi tutta dai cinesi, che sale verso le piu' alte cime del mondo, il K2, il Karakorum, il Nanga Parmat, dove mori il fratello di Reinhold Messner, si imbocca la cittadina di Haripur. in quest'area, grazie a brother Isaque, anziano sindacalista, medico omeopata ed anche un po' imprenditore e proprietario terriero, siamo entrati in una fabbrica di fertilizzanti, tra fumi di acido solforico, pozzanghere gialle e polveri sottili, per vedere le condizioni lavorative di circa 300 operai impiegati nell'azienda; una tra le poche ancora gestite dal governo, ma tra le piu' grandi del paese nel suo settore. 130 rupie al giorno lo stipendio di piu' di due terzi degli operai; un euro e mezzo, per a volte anche 10 ore di lavoro, spesso senza maschere protettive, senza casco, senza benefici assicurativi ne' sanitari. Mi e' stato detto che comunque la situazione non era tra le peggiori. 130 rupie, un euro e mezzo al giorno. Ieri al mercato ho mangiato un kebab da 200 rupie. Alla fine del giro siamo poi stati portati nell'ufficio del direttore responsabile che seduto alla scrivania ci ha accolti col sorriso, pettinandosi i baffi bianchi che gli coprivano le labbra, ed enunciandoci con orgoglio che si, era vero, l'azienda era in perdita. Ora va un po' meglio pero', sono in pareggio, ma non e' questo l' importante. A loro non interessa il profitto, ma la salute ed il benessere dei loro lavoratori.

Mauro Martini
19 Luglio 2007

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