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Un aiuto, che non coinvolga i popoli rendendoli protagonisti della loro emancipazione, rischia di trasformarsi in assistenzialismo senza sviluppo

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

di Valeria Patruno, Iscos Nazionale (del 14/06/2007 @ 13:37:19, in Asia, linkato 3232 volte)

La proiezione del film China Blue organizzata da Iscos presso la Casa del Cinema a Roma invita ad una riflessione sui “Diritti umani e diritti dei lavoratori nella Cina di oggi, tra competitività e dumping sociale”. Il film-documentario verrà proiettato a pochi giorni dall’anniversario della più grande rivolta per la democrazia dei nostri tempi: la rivolta di piazza Tian An Men.

Sono trascorsi 18 anni dalla rivolta e dalla sua repressione violenta che è costata la vita di circa 3000 persone nella notte tra il 3 ed il 4 giugno del 1989. Anche quest’anno, come ogni anno, decine di migliaia di cinesi - per la maggior parte dissidenti – si sono ritrovati puntualmente per la commemorazione della strage ad Hong Kong dimostrando pacificamente di non aver dimenticato e di continuare a lottare per una Cina democratica.

La Cina si è affermata negli ultimi anni come potenza economico-finanziario sulla scena mondiale e la sua corsa sembra inarrestabile. I dati della crescita economica cinese si commentano da sé. Con una crescita del PIL superiore al 10% la Cina è la sesta potenza economica mondiale ed è al secondo posto fra le nazioni con la più alta percentuale di investimenti stranieri. Ma vi sono anche altri “strabilianti” dati sulla Cina che non riguardano l’ambito economico-finanziario, ma quello dei diritti delle persone e dei lavoratori.

La sicurezza sui luoghi di lavoro, i salari minimi, le ore di lavoro, la libertà di associazione - e la libertà di organizzare sindacati indipendenti – sono tra le questioni più urgenti e problematiche che milioni di lavoratori cinesi soprattutto quelli del settore manifatturiero per l’export devono affrontare. Non ci sono sindacati indipendenti in Cina ed ogni tentativo di costituirne una organizzazione indipendente viene rapidamente represso. Di questi e di altri dati sulle condizioni del lavoratori cinesi nelle sweatshop, nelle fabbriche manifatturiere parla il film-documentario China Blue.

Tuttavia non sono questi i dati più negativi e più drammatici del mondo del lavoro nella Cina di oggi. In una sweatshop i lavoratori sono costretti ad affrontare turni di 16 ore di lavoro per un salario che rasenta la soglia della povertà estrema (dai 30 ai 60 USD mensili) ma pur sempre per un salario. Vivono in alloggi-dormitori condividendo le stanze con 8-12 persone, ma hanno un letto e i servizi. Al tempo stesso vi sono un numero stimato di circa 4 milioni di lavoratori in Cina costretti al lavoro forzato che affrontano 16 ore di lavoro giornaliere per un unico pasto, misero e concesso in base al lavoro prodotto e sono costretti a dormire sulla pietra condividendo la stanza-cella con altre 17 persone…

Di queste violazioni dei diritti della persona e dei lavoratori in Cina ci ha parlato Lu Decheng in visita in Italia per partecipare ad una serie di conferenze organizzate dalla CISL e dalla Laogai Research Foundation – Italia. Lu Decheng è stato arrestato nel maggio del 1989 e trasferito in un Laogai dove ha scontato una pena di circa 10 anni. Fu Mao Zedong nel 1950 a creare i Laogai acronimo derivato da Laodong gaizao dui che significa riforma attraverso il lavoro. I Laogai sono prigioni-impresa ovvero campi di lavoro forzato.

Ad oggi è documentata l’esistenza di più di 1000 Laogai che sfruttano milioni di lavoratori e lavoratrici cinesi. Infatti, accanto alla rieducazione degli oppositori politici, i Laogai consentono di disporre di un enorme forza lavoro a costo zero. I dirigenti cinesi sanno bene che il basso costo della manodopera è l'unica strada per rimanere competitivi nel mercato e conservare o aumentare i margini di profitto. Numerosi prodotti di largo consumo sono frutto del lavoro dei prigionieri e delle prigioniere dei Laogai: giocattoli, scarpe, tè, ecc., che entrano nei mercati internazionali senza alcuna possibilità di essere identificati come prodotti dei Laogai.

Il quadro diviene più drammatico se pensiamo che il lavoro forzato costituisce solo una delle più evidenti violazioni dei diritti della persona in Cina: basti ricordare le decine di migliaia di esecuzioni pubbliche all’anno o gli aborti forzati al 8° o 9° mese di gravidanza. E non solo di gravi violazioni contro i diritti umani è accusata la Cina.

Il nuovo imperialismo economico e militare della Cina in Africa e la grande responsabilità della Cina nell’ambito della tutela dell’ambiente sono temi su cui il Governo di Pechino è chiamato sempre più spesso a rispondere. Molti di questi richiami cadono nel vuoto, ma ci sono ragioni per essere più ottimisti. In particolare l’atteggiamento del popolo cinese ci spinge ad esserlo: dal 2000 ad oggi le rivolte popolari in Cina sono cresciute esponenzialmente sino a toccare la cifra di 87.000 nel 2005! I cittadini cinesi, i lavoratori e le lavoratrici cinesi sono sempre più dissenzienti e sempre più pronti a parlare. Ricordava durante una conferenza un rappresentante della Laogai Foundation Italia che la peggiore sofferenza per le vittime del Laogai è esseri dimenticati.

L’invito allora è: non dimenticare, parlarne.

Valeria Patruno
http://www.laogai.org/news/index.php
http://www.dossiertibet.it/
http://www.asianews.it/
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di Chiara Vitrano - Iscos Cisl (del 28/05/2007 @ 15:52:15, in Iniziative Italia, linkato 815 volte)

Nella giornata del 25 maggio al presidio culturale in Piazza Giovanni Castano in quel di Tor Bella Monaca c'era anche l'Iscos. All'interno della settimana di iniziative ItaliaAfrica, la sfida che le associazioni del gruppo di lavoro “piazza tematica per il partenariato tra i popoli” si sono proposte era quella di abbandonare i luoghi degli incontri ufficiali e di riuscire ad animare culturalmente un quartiere estremamente periferico, come l'VIII Municipio, su tematiche assai lontane dalla quotidianità degli abitanti del posto, ma solo in apparenza. Perché purtroppo le periferie del mondo si assomigliano molto più di quanto si creda e combattono contro le stesse dinamiche di esclusione sociale e povertà, materiale e culturale, che si tratti di quartieri, città, regioni, paesi o continenti! Così in piazza a Tor Bella Monaca sono spuntati, come rose del deserto, una decina di stand per dare testimonianza delle differenti attività delle associazioni e Ong presenti. Una parte della piazza è stata invece dedicata ad un costruttivo dibattito sui problemi e le caratteristiche culturali dei paesi africani, dibattito che si è aperto grazie al racconto delle esperienze dei cooperanti italiani e dei rappresentanti della comunità africana, seduti attorno ad una scrivania, tra le voci e l'euforia dei bambini che giocavano e curiosavano tra i banchetti, accompagnati da genitori stupiti. Parlare genericamente dell'Africa significherebbe negare la presenza di più identità culturali, mentre uno degli obiettivi di questi incontri è stato proprio quello di portare alla luce e far conoscere qui in Italia le specificità della cultura dei singoli paesi africani, perché solo riconoscendo l'altro possiamo attivare uno scambio e un'interazione che sia anche integrazione capace di affermare la diversità come ricchezza culturale. Questo, quindi, il punto di partenza della discussione del gruppo partenariato tra i popoli che nella giornata di venerdì 25 ha affrontato diversi temi storico-politici e analizzato diverse proposte per concludere con una riflessione rivolta ai giovani italiani presenti sull'importanza della partecipazione e del contatto diretto con realtà culturali diverse per conoscere e dare testimonianza, per imparare a sognare, ma soprattutto a lavorare insieme e per fare in modo che la settimana ItaliaAfrica non sia solo una parentesi o una mielosa iniziativa buonista.
Chiara Vitrano
Iscos Cisl

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Il Centro interuniversitario europeo per i diritti dell'uomo e la democratizzazione (EIUC) con sede a Venezia, è stato incaricato dalla Sottocommissione del Parlamento Europeo per i diritti dell'uomo (DROI), in quanto organo essenziale del Parlamento incaricato della promozione dei diritti umani all’esterno dell’Unione, di redigere un rapporto sull’”Impatto delle risoluzioni e delle altre attività del Parlamento europeo nell'ambito dei diritti umani all'esterno dell'Unione europea”. I punti ricoperti dallo studio sono: - attività del PE in materia di diritti umani; - fattori trasversali in grado di migliorare l'impatto del PE nell'ambito dei diritti umani all'esterno dell'Unione europea; - relazioni interistituzionali dell'Unione, compreso, in particolare, l'esercizio del controllo democratico. Dal rapporto si evince che mentre dal punto di vista dell’azione la sottocommissione per i diritti dell’uomo ha un impatto molto forte nei paesi in via di sviluppo, essa continua ad avere due punti di debolezza estremamente ostacolanti: Il primo è un grosso deficit d’immagine, all’interno dei confini dell’Unione Europea; il secondo è purtroppo la mancanza di fondi necessari per incrementare e rafforzare le proprie attività ed il proprio raggio d’azione, al fine di essere maggiormente incisivi. Per quanto riguarda il primo punto debole, una delle poche misure di visibilità è il “Premio Sakharov”. Tale premio, consegnato ogni anno dal Parlamento Europeo ad una persona od un’associazione che si è particolarmente distinta nella difesa e promozione dei diritti umani, è l’unica vetrina che da risalto al lavoro della Sottocommissione DROI. Gli ultimi 3 vincitori del premio Sakharov sono in ordine: 2007 il leader dell’opposizione al regime in Bielorussia, Alaksander Milinkevic; 2006 l’associazione “Reporter Senza Frontiere”; 2005 l’Associazione dei giornalisti liberi della Bielorussia. Riguardo al secondo punto debole, a gennaio di quest’anno si è deciso di trasformare la sottocommissione per i Diritti dell’Uomo in una Commissione parlamentare vera e propria; questo dovrebbe dare la possibilità di incrementarne gli sforzi nella salvaguardia dei diritti umani nel mondo, dotandola di maggiori risorse finanziarie e libertà di movimento.

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di Paola Simonetti - Iscos Cisl Bruxelles (del 05/04/2007 @ 14:00:13, in ISCOS Bruxelles, linkato 1085 volte)
Ha avuto luogo in questi giorni l’ultimo di una serie di seminari di formazione sindacale in Turchia, organizzati da ISCOS-Cisl nel quadro del progetto finanziato dall’Unione Europea «Cours de formation sur les modèles et relations industrielles européennes». L’ISCOS ha iniziato il suo lavoro in Turchia agli inizi del 2003, lavorando sempre in partenariato con le Organizzazioni sindacali Turche, sia a livello confederale che di settore. Le prime iniziative, prevalentemente di carattere seminariale, sono state dedicate al tema della delocalizzazione delle imprese europee (soprattutto italiane) nei settori metalmeccanico, chimico e gomma. Pur considerando questi incontri fondamentali per intensificare la cooperazione tra i sindacati europei e quelli turchi, si é resa sempre più evidente la necessità di fornire una vera e propria formazione sindacale. Su richiesta delle Confederazioni locali, é stato organizzato un percorso di formazione in quatto regioni della Turchia, volto a rafforzare i modelli di organizzazione e di rappresnetnza del sindacato, in particolare nel settore del turismo ed dell’alimentazione (settori di maggior rilievo nell’economia turca). Tutt’oggi il contesto sindacale turco non é dei più semplici, poiché é ancora caratterizzato da innumerevoli ostacoli di natura giuridica e politica. Alcuni esempi sono le soglie di sbarramento per il legittimo riconoscimento del sindacato, a livello nazionale e d’impresa, come anche l’obbligo individuale di recarsi da un notaio per legalizzare la loro iscrizione al sindacato. Per di più, queste difficoltà oggettive sono ulteriormente inasprite dalla scarsa compattezza delle stesse organizzazioni sindacali tra loro. L’intervento dei sindacati europei é dunque visto come una necessità primaria dai sindacati turchi, per ricevere aiuto e sostegno nel sviluppare la base sindacale e altresi modelli alternativi di rappresentanza e di negoziazione. Questo sembra essere ancor più vero nei confronti dei sindacati italiani, con cui condividono non solo una vicinanza geografica, ma altresi’ un’affinitrà culturale e di costume. In tal senso si é espresso lo stesso Presidente della Turk-is, durante il messaggio di saluto presentato nel corso dell’ultimo seminario : « collegare la realtà sindacale turca con il contesto europeo é essenziale per aumentare la tutela dei diritti dei lavoratori nel nostro paese ». La CISL é stata citata come un punto di riferimento importatante per la Turchia, che ha sempre cercato nel passato, come anche oggi, di collaborare attivamante per sostenere i lavoratori turchi. La Conferenza finale che concluderà questo progetto si terrà ad Istanbul il prossimo settembre. Al fine di dare continuità ed aprire nuove prospettive di sviluppo, l’ISCOS sta già lavorando per estendere in futuro questo tipo di azioni anche in altri settori.
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di Valeria Patruno, Iscos Nazionale (del 14/03/2007 @ 12:10:08, in Asia, linkato 1528 volte)
Lavorare con le donne in Pakistan è complesso ovunque: ma lo è ancor più nelle aree in cui il cosiddetto integralismo prevale. Ne è un esempio l’NWFP, la North West Fronteer Province. Questa è stata una delle aree maggiormente colpite dal terremoto dell’ottobre del 2004 e proprio in quest’area ISCOS ha voluto legare – all’intervento per l’emergenza post terremoto - un attività di sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita delle donne, vittime del terremoto. Lavorare con le donne in NWFP è estremamente difficile dal momento che per ragioni religiose e culturali le donne non sono solite lasciare le mura domestiche se non per brevi momenti durante il giorno per commissioni o piccoli acquisti. Nella maggior parte dei casi vengono accompagnate dagli uomini (mariti, o parenti) che controllano ogni loro attività. Si è cercata quindi una forma semplice e non aggressiva di interazione con le donne invitandole a partecipare a corsi di formazione nell’ambito della salute, igiene e nutrizione laddove come madri e come mogli sono chiamate a svolgere una funzione chiave. L’utilizzo di risorse locali ed in particolare di educatrici provenienti dalla stessa regione ha assicurato una larga accettazione dell'attività di formazione sia da parte delle donne che degli uomini chiamati a concedere il loro permesso affinché le loro mogli, sorelle, figlie prendano parte ai corsi. Cruciale è la consapevolezza che i corsi offrono soluzioni pratiche ed immediate a gravi lacune esistenti in ambito di igiene, salute e nutrizione. In larga parte dell’NWFP le norme igienico-comportamentali basiche – oggetto della formazione alle donne - quali l’appropriato lavaggio delle mani, l’uso di latrine, la conservazione e il consumo di cibi e acqua al riparo da agenti contaminanti, sono largamente disattese causando malattie e malnutrizione, soprattutto tra i bambini e le bambine. Rispetto a tali norme nell’ambito familiare come in quello comunitario le donne giocano un ruolo fondamentale: la salute ed il miglioramento delle condizioni di vita di tutti i membri della famiglia dipendono da loro perché sono loro che ne curano - consapevolmente o no - la salute, l’igiene e la nutrizione e pertanto determinano uno standard di condizioni di vita. Vivere in una casa pulita, curare l’igiene personale, evitare contatti con sostanze o cibi dannosi migliora sensibilmente la qualità della vita dell’intero nucleo familiare. Inoltre queste “buone pratiche” combattono il diffondersi di malattie ed epidemie. Di qui l’importanza di un coinvolgimento consapevole e di un riconoscimento crescente del ruolo delle donne all’interno delle famiglie e delle comunità. La comprensione dello scopo dell’intervento di formazione di ISCOS da parte di tutta la comunità, l’indiscussa praticità ed utilità dei corsi e la modalità di intervento nel pieno rispetto delle tradizioni e della cultura locale, hanno permesso di compiere un piccolo passo verso un maggiore coinvolgimento delle donne nelle comunità dell’NWFP. Molti altri passi restano ancora da compiere.
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