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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Sono andata a Tianjin. Io sono una privilegiata pertanto ha viaggiato con treno ad alta velocità. Ho raggiunto Tianjin in mezz’ora viaggiando oltre 300 km orari. Questa città a sud est di Pechino è divenuta famosa per le ristrutturazioni dei quartieri che ospitano esempi di architettura francese, inglese, belga, italiana…
La stazione di Tianjin questa mattina rappresentava uno spaccato della vita in Cina.
I cinesi infatti si preparano a celebrare la Zhongqiujie, il Festival di Metà Autunno. Festa d'origine contadina che celebra la fine del raccolto estivo. In occasione del Festival di Metà Autunno le famiglie cinesi si riuniscono; in realtà si riuniscono le famiglie che possono farlo. Centinaia di milioni di cinesi, infatti, vivono lontano, spesso lontanissimo dalle loro famiglie. Sono in prevalenza lavoratori migranti. Si spostano dalle campagne per trovare lavoro, poco pagato e senza tutele nei centri industriali. Oggi, per accedere alla stazione di Tienjin c’era una lunga fila. Davanti a me tre signori vestiti con abiti consunti, cappello di paglia e scarpe da lavoro più consunte degli abiti, non lasciano dubbi sulla loro identità di lavoratori migranti. Non in quale villaggio sono diretti, ma so che si accingono ad affrontare un viaggio di 3-4 giorni per raggiungere le loro famiglie. Acquistano biglietti per viaggiare in piedi su treni lentissimi e molto affollati in questo periodo. E’ il solo biglietto che possono permettersi, i fortunati che possono permetterselo. Perché non a tutti sono concesse “ferie” che consentono di affrontare viaggi tanto lunghi. La maggior parte dei lavoratori migranti non hanno i soldi per acquistare neppure i biglietti più economici poiché le loro paghe sono trattenute da caporali o supervisori per evitare che una volta andati a casa non facciano più ritorno al lavoro. Appena entrata nell’enorme stazione vedo gruppi di persone sedute per terra ovunque. Portano grossi sacchi legati alla meglio come bagaglio, stuoie per dormire durante il viaggio, utensili di ogni tipo da portare a casa: secchi, bacinelle, bicchieri, tutto rigorosamente di plastica, tutto rigorosamente “Made in China” come recita una evidente fascia sul cappello di paglia di un uomo che si trascina insieme al suo sacco ed alla sua stuoia. E’ visibilmente stanco, ma sereno: lui è fortunato, sta tornando a casa.
Il 26 luglio del 2010 nella provincia pakistana conosciuta come NWFP (North-West Frontier Province) oggi Khyber Pakhtunkhwa, è arrivata la pioggia. Ha piovuto copiosamente e in maniera ininterrotta per sei giorni. Per sei giorni centinaia di migliaia di metri cubi d’acqua hanno eroso montagne, distrutto argini, gonfiato i letti dei fiumi e spazzato via ponti, strade, scuole, ospedali e vite umane. Un disastro di proporzioni colossali. 20 milioni di persone sono state colpite della calamità, un numero molto più alto delle vittime sommate dello Tsunami nel 2004 e del terremoto in Kashimir nel 2005, benché il numero di morti sia notevolmente inferiore. Le cifre che descrivono le devastazioni sono imponenti come la portata della calamità: 1/5 del territorio del paese è stato colpito dalle alluvioni. 2 milioni di case sono state distrutte. 1/5 dell’intera produzione di cotone del paese è andato perduto. Tuttavia queste cifre non possono descrivere la sofferenza, l’angoscia e la solitudine di milioni di persone che in pochi giorni hanno perso tutto quello che avevano. Spesso il poco, o pochissimo che avevano. Commentatori e media internazionali hanno fatto notare l’esiguità degli aiuti ricevuti in Pakistan rispetto le necessità del paese. Ma le necessità del paese vanno ben oltre quelle provocate dalle alluvioni. Perché alle distruzioni provocate dalle piogge degli ultimi due mesi si sommano quelle provocate dalla politica e da alcuni eventi subiti dal paese negli ultimi tre anni.
Il Pakistan è governato da una coalizione di partiti guidati dal PPP (Pakistan People’s Party) del Presidente Zardari – vedovo della leader Benazir Bhutto assassinata nel 2007. Zardari non gode della stima dei suoi connazionali, è apertamente accusato di corruzione ed il suo operato politico è spesso contestato. Un governo debole e corrotto in un paese che deve affrontare problemi gravi non solo di natura economica, ma anche socio-politica. Dopo l’ascesa al potere del Presidente Zardari e la scomparsa dall’arena politica del generale Musharraf, suo predecessore, nel paese è diventata sempre più invasiva la presenza di gruppi fondamentalisti islamici e di partiti di ispirazione islamica, che, in alcuni casi, come in quello della provincia del Khyber Pakhtunkhwa, hanno conquistato la maggioranza e governano. Sempre nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, l’infiltrazione di gruppi talebani, provenienti in gran parte dal fluido confine a nord ovest tra Pakistan ed Afghanistan, ha provocato scontri armati talmente violenti da costringere la popolazione di interi distretti a fuggire dalla propria terra,abbandonando la propria casa, i propri averi. Circa 2 milioni di persone si sono riversate nella valle dello Swat nel maggio 2009 per fuggire dagli scontri tra l’esercito pakistano e militanti talebani nella Malakand division.
Le alluvioni di alcune settimane fa sono cadute su un paese afflitto già da molte altre piaghe. Un paese che fatica ad emergere, non solo dall’acqua e dal fango che l’acqua ha lasciato dietro di sé, ma soprattutto dall’abisso dei problemi politici, economici e sociali, la cui soluzione non può essere demandata agli aiuti umanitari.
Intanto milioni di pakistani chiedono sostegno immediato per recuperare la loro vita. Chi perde la casa, infatti perde con essa tutto ciò che possiede: una dimora e tutti i beni di prima necessità. Milioni di pakistani chiedono aiuto non tendendo la mano per ricevere denaro in modo caritatevole, ma chiedendo di essere loro stessi protagonisti della ricostruzione. Benché agli sguardi dell’opinione pubblica mondiale, il Pakistan può apparire solo come un paese in cui si diffonde a macchia d’olio il fondamentalismo e la violenza, la società civile pakistana ha dato prova – soprattutto in queste ultime settimane – di essere solidale, attiva, aperta. Ad oggi, chi ha contribuito maggiormente al sostegno delle vittime delle alluvioni non sono le organizzazioni internazionali o il governo, ma i cittadini pakistani.
E’ dalla società civile pakistana che può e deve ripartire la ricostruzione del paese: non semplicemente quella fisica, ma anche quella politica e sociale. A noi il compito di cooperare con loro per raggiungere l’obiettivo.
E’ arrivato il momento di andare via. Ovvero è arrivato il momento di fare qualcosa di concreto. Questo non è solo un appello rivolto a voi, amici, ma l’invito ad un impegno che rivolgo anzitutto a me stessa. Mi ha chiamato Wazim da Balakot per dirmi che venerdì ci sarà una riunione con tutta la comunità per programmare possibili interventi di riabilitazione. Ha chiamato anche Hady da Nowshera..sono tutti pronti. Questa parte del diario si conclude raccontandovi dell’impegno che i pakistani hanno dimostrato di voler assumere, senza riserva, senza esitazione. Posso imparare anch’io da loro, non c’è dubbio. L’auto guidata da Naim mi riporta verso l’aeroporto Benazir Bhutto.
Il check-in è popolato da pakistani in visita ai parenti in occasione dell’Eid ul Fitr e di internazionali..come me, arrivati in Pakistan per “soccorrere” il paese. Mentre il paese dimostra che è pronto a soccorrersi da sé.
In attesa dell’apertura dell’imbarco provo a scorgere attraverso le vetrate se vi sono container di aiuti umanitari in attesa…di destinazione. Un giovane cameriere si avvicina e mi chiede: “Vuole del tè pakistano?” E’ un buon inizio..
14 settembre 2010
Inizia ad essere una compagna di viaggio, la stanchezza. E’ una figura lieve, che mi passa accanto poi svanisce. Perché in alcuni momenti non ci si può permettere di essere stanchi. Le temperature sono ancora elevate nella maggior parte del paese e viaggiare sotto il sole non è particolarmente piacevole. Soprattutto con tutti questi indumenti. Shelwar e dupatta sono indispensabili per visitare il Khyber-Pakhtunkhwa, a dire il vero lo sono per spostarsi ovunque fuori Islamabad. Dopo ore di auto, sotto un sole impenitente, mi attendono passeggiate tra cumuli di macerie, case divelte, strade inaccessibili..e l’immancabile acqua. Continua a piovere, spesso. E’ una costante giornaliera come il power cut (il taglio di corrente elettrica che sopraggiunge in qualsiasi momento, per non meno di un’ora).
Vedo la città di Nowshera trasformate in una sorta di bazar del riciclato e del riciclabile. Si cerca di recuperare tutto: sedie senza gambe, sofà consunti dall’acqua, tappeti trasformati in rotoli di fango, tazze sberciate e posate ricurve su se stesse. Il ventilatore nella veranda della casa di Hadi – della casa ora restano solo le mura intrise di umido e muffa – sembra un bocciolo: le pale ripiegate verso il basso sono petali pronti ad aprirsi…Hadi non è il solo ad aver perso casa ed averi. C’è chi ritrova lo scheletro del letto incastrato su un muro crollato, o quel che resta della propria poltrona sotto un albero nel giardino del vicino. Alcuni canali della fogna a cielo aperto si sono trasformati in torrenti. Ci giocano intorno decine di bambini, ignari. Poi fango, polvere e sabbia ovunque. I bazar semi deserti di Nowshera, che tuttavia cominciano a rifornirsi di merci, come mercatini delle pulci, raccontano il desiderio di tutta la popolazione di superare questo momento. E’ questo quello che leggo sul volto dei pakistani: non solo un grande impeto solidale, ma anche una grande voglia di riscatto.
Davanti l’ingresso di una casa sbuca un volto da un burqa, una donna sorridente mi chiede una fotografia. Entro, pochi secondi e la casa è invasa da decine di persone: quasi tutte donne e bambini. Questa foto sarà più che un ricordo per me, la testimonianza di grande coraggio ed un monito..
12 settembre 2010
C’è una parte di popolazione colpita seriamente dalle alluvioni di luglio 2010 che non riceverà alcun aiuto. Né dal governo pakistano, né dalle organizzazioni internazionali. Il solo aiuto sul quale questa gente potrà contare sarà quello della propria comunità: anch’essa colpita dalla calamità. Questa parte di popolazione “dimenticata” potrà contare solo sulla solidarietà dei pakistani, gli unici a sapere della loro esistenza. Tra questa popolazione “dimenticata” vi sono coloro che vivono in Hazara division nella provincia del Khyber-Pakhtunkhwa e coloro che abitano le altissime montagne di tutti i distretti di questa provincia. Per gli abitanti delle alte catene montuose, la scarsa accessibilità ai luoghi gioca un fattore determinante. Ma per la popolazione dell’Hazara division è la politica che gioca un ruolo determinante. Il governo dei partiti islamici della provincia del Khyber-Pakhtunkhwa, infatti non è particolarmente solidale con questo distretto i cui abitanti non parlano Pakhtun ma Hindko, e non riconoscono il cambiamento di nome della provincia da NWFP a Khyber-Pakhtunkhwa, dal momento che il chiaro riferimento etnico nel nome non li rappresenta. Indipendentemente dalla validità delle “ragioni della politica” restano i racconti che Wazim mi ha fatto mentre visitavo il villaggio di Balakot (nell’Hazara division). Racconta Wazim “Dallo scorso 26 luglio, per sei giorni consecutivi non ha smesso di piovere un secondo a Balakot. Dalle ripidissime pendici delle montagne che coronano il villaggio è giunta a valle una incredibile quantità d’acqua che a causa della pendenza e quindi della velocità ha eroso parte delle montagne ma anche tutto ciò che trovava sul suo cammino: in particolare alberi, strade e sentieri, ponti, canali di irrigazione ed anche case. Si, case soprattutto quelle costruite lungo l’argine del fiume che attraversa Balakot, il fiume Kunhar il cui letto ha più che duplicato l’ampiezza e cambiato il suo corso”. “Ieri sera”, mi racconta Wazim, “amici mi hanno dato la triste notizia che cinque donne che abitano il mohallah che vedi li, sopra la montagna retrostante la mia casa, sono morte di parto. Nemmeno le jeep riescono ad accedere a quella zona ed il trasporto dei pazienti in ospedale diventa quasi impossibile”. Mohallah è il nome locale di piccoli raggruppamenti di case poco distanti dal cuore del villaggio..di cui mi accorgo di non avervi detto nulla. Ma chi ha memoria forse ricorderà questo nome: Balakot…già, non era il villaggio completamente distrutto dal terremoto del 2005? Qualche anno fa il nome di Balakot era su tutti i giornali, sui siti internet, nei reportage delle grandi televisioni. Era il 2005 e l’NWFP non si chiamava ancora Khyber-Pakhtunkhwa.
Kunhar, il nome del fiume che attraversa Balakot, significa “occhi guariti”, mi chiedo se guarendo i nostri occhi riusciremo a vedere e ad essere solidali anche con chi è dimenticato.
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