Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
29/01/2008
Avere 23 anni, non avere famiglia e non avere speranza deve fare schifo da per tutto; però in Mozambico fa più schifo ancora. Specialmente se uno è basso, ed io sono basso: ma se il Signore Iddio Onnipotente ha deciso questo per me, accetterò come un dono anche una vita senza amore e senza donne.
Dio però è infinitamente giusto e infinitamente buono e perciò mi aspettavo una contropartita per questa mia rassegnazione e per tutte le preghiere che gli faccio, ogni sera dalle otto alle nove e la domenica dalle sei a mezzogiorno.
Oggi la contropartita è arrivata.
Da stamattina sono stagista di ISCOS, una ong di bianchi che hanno molti progetti per rendere il nostro un paese migliore, più ricco, più onesto, più umano, come deve, evidentemente, essere la loro Italia (Europa) se vengono fino a qui a insegnarci cosa dobbiamo fare. E dunque ho un lavoro: un lavoro part-time che mi permette di pagarmi una stanzetta, da mangiare e l’università, dove un giorno insegnerò quando saranno riconosciute le mie doti di grande matematico e statistico. Ma il lavoro non è solo questo: soldi e necessità pratiche; per me è ben altro, uno scopo più nobile, supremo, in cui metterò tutto il mio impegno. È l’idea di avere qualcosa da fare la mattina, un badge con il mio nome e la mia foto e la possibilità di dire “vado al lavoro”, cosa che piace alle donne.
Piace anche a Thelma la contabile, che di numeri non ci capisce niente e combina sempre un gran casino, ma è bella come il sole, sottile come un giunco e alta, molto alta. E quando mi ha visto con il crashà (badge) con la foto ed il mio nome mi ha detto “Lilo, come sei venuto bene”; vedi come tutto questo incomincia a funzionare?!
Anche Isaura, la segretaria, mi ha fatto i complimenti, e donna Fatima delle pulizie. Thomas, l’autista numero uno, non mi ha detto niente invece, e nemmeno quell’odioso Bobò che si crede chissà chi solo perché le donne lo guardano e gli sorridono per strada e Thelma gli sussurra delle parole all’orecchio (l’ho vista) e tutte le bianche che passano si danno gomitatine, sai che ci vuole quando si è alti un metro e novanta!
Ma io non sono geloso, perché Dio Padre Onnipotente mi riserva sicuramente un futuro meglio del suo, che non studia e neanche prega.
Io diventerò l’idolo dei capi e saranno loro la mia famiglia.
I miei capi sono i bianchi: chef Igor, che è il capo di tutti e si occupa di tutti i progetti lavorando come un matto; Benedetta, che si occupa dei diritti umani e alla sua età ancora non ha figli, poveretta, e Davide che coordina e gestisce tutta la logistica ed è alto per lo meno due metri, chissà quante donne che avrà.
Lo voglio mettere per iscritto, al contrario di quello che dice il mio amico Joâo: con i bianchi si lavora bene, anche se non hanno pazienza e si arrabbiano per tutto, per esempio quando si arriva in ritardo, si sbagliano i conti e le fatture, o non si viene al lavoro senza avvertire. Ma sono fatti così, e vanno presi con filosofia. In questo diario cercherò di scrivere e spiegare la mia esperienza con loro, in modo da renderli – e rendermeli- più comprensibili. Ma sono ottimista, perché già lo so che hanno dei lati buoni. Per esempio sono gentili e prestano le loro cose. E poi mi insegnano e mi fanno i complimenti.
Oggi, per esempio, ho messo a posto tutto un vecchio archivio, con documenti ancora degli anni ottanta, di quando c’era la guerra civile, che anch’io mi ricorderei se non avessi deciso di dimenticarla. Beh, alla fine di questo lavoro mi hanno detto: “Bravo! Ben fatto”. E infatti l’avevo fatto bene. Quando sono uscito avrei voluto saltellare dalla gioia, ma mi sono detto: “Calma vecchio mio! Adesso hai un lavoro, sei un uomo di fatto e di diritto!” .
Allora ho assunto l’aria più rispettabile che potevo e sono andato a casa camminando piano, a testa alta e ben diritto, in modo che trapelasse tutto il mio contegno.