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![]() Sul carro dei perdenti Il 26 gennaio, si è svolta nella sede di Protezione Civile a Roma la seconda riunione di coordinamento sull’emergenza di Haiti. Erano presenti Guido Bertolaso, recentemente tornato dal Paese sconvolto dal Sisma, Elisabetta Belloni, Direttore generale della Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri, rappresentanti di regioni, enti locali, ONG, missioni cattoliche. Fondamentalmente la riunione è stata incentrata su quanto scaturito dalla prima analisi compiuta durante la missione di Protezione Civile. Bertolaso e gli altri funzionari del Dipartimento, hanno incontrato Rene Preval, Presidente di Haiti, e alcuni suoi ministri, nonché osservato in prima persona l’entità della catastrofe e identificato, insieme ai rappresentanti delle istituzioni locali, i primi ambiti in cui si ritiene necessario intervenire. Tra questi, sicuramente, sono da annoverare l’emergenza abitativa, visto che si stima che più di un milione di persone abbiano perso il proprio alloggio, e le questioni sanitario-riabilitative. Nel piano di azione di Protezione Civile si prevede quindi di supportare la creazione di campi forniti di tende, da collocare fuori dal centro di Port au Prince, che sarà sempre più ingestibile dal punto di vista del controllo del territorio e dell’arginamento delle epidemie, nonché di favorire le operazioni di assistenza medica per chi, avendo perso arti, necessita di cure e protesi, settore nel quale l’Italia può vantare centri di eccellenza. Si è ribadito anche quanto previsto dall’Ordinanza firmata dal Presidente del Consiglio la settimana scorsa e che conferisce a Guido Bertolaso l'incarico di coordinare gli aiuti italiani alle popolazioni di Haiti colpite dal terremoto, ovvero di fare in modo che si elabori un “piano italiano” comune sull’emergenza, evitando il procedere in ordine sparso con sperpero di risorse e inutili sovrapposizioni. Un obiettivo sicuramente condivisibile, se all’interno di questa strategia comune saranno tenute in considerazione anche le istanze provenienti da segmenti fondamentali della società, haitiana ed internazionale, cioè i sindacati. Il tema del lavoro sarà fondamentale nel post-emergenza, se si vuole far uscire un paese da una condizione di necessità non solo legata al recente terremoto, ma ormai endemica nel Paese. L’ ITUC-CIS, che promuove questa linea, ha già delegato i sindacati dominicani per quanto riguarda l’emergenza di Haiti. Una scelta appropriata, oltre che per la profonda conoscenza del territorio e della popolazione che le vicine sigle possono vantare, anche per la questione dei migranti irregolari haitiani che, già presenti precedentemente numerosi (alcune analisi parlano di milioni) sul territorio dominicano, sono destinati ad aumentare esponenzialmente nei prossimi mesi e anni. Sarà ovviamente importante direzionare i fondi derivanti dalla solidarietà delle lavoratrici e dei lavoratori italiani in tal senso. Oggi, sull’onda emotiva generata dal disastro si sta assistendo a una grande proliferazione di organizzazioni che varano iniziative di solidarietà con Haiti in modi a volte discutibili, rivendicando una presenza “storica” sul territorio che in realtà non c’era. L’impressione è che, vista la quantità di fondi che deriveranno dalle varie iniziative, anziché salire sul “carro dei vincitori”, si stia da più parti tentando di salire sul “carro dei perdenti”, cioè di chi ha perso la casa, il lavoro e, nel peggiore dei casi, la vita. Anche nella riunione del 26 gennaio, varie organizzazioni, hanno vantato con forza la loro pregressa presenza in loco. Di fatto prima del sisma erano attive in tutta Hispaniola (l’isola che comprende Haiti e Repubblica Dominicana), con progetti di sviluppo, solamente cinque Organizzazioni Non Governative italiane riconosciute come tali dal Ministero degli Affari Esteri. L’ISCOS, unica ONG sindacale tra le suddette, è dal 2007 in Repubblica Dominicana e aveva cominciato a lavorare, insieme alla FAI-CISL e alle confederazioni locali CASC e CTH, su programmi binazionali incentrati sui lavoratori migranti haitiani. La questione non è peregrina e non si tratta di piantare bandierine. Essere presenti da anni in un’area complessa significa essere in grado di interloquire con gli attori locali, avere rapporti di partenariato stabili e improntati alla reciproca fiducia, essere in grado di pianificare con più efficienza azioni tese a dare reale soddisfazione ai bisogni delle popolazioni beneficiarie. Cose, queste, che non si possono improvvisare, se non rischiando di disperdere risorse e vanificare gli sforzi.
Simone Cirulli |
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