ISCOS CISL
Editoriali
 

Haiti: Una ricostruzione non è sufficiente. bisogna togliere il Paese dalla povertà

"Il terremoto acutizzerà una situazione che, in ogni caso, era già di per sé drammatica."

di Simone Cirulli*

Haiti occupa la 149esima posizione su 177 paesi classificati in base allo Human Development Report 2009 dell’UNDP (ONU). Si colloca dopo Angola, Pakistan e Congo, ad esempio. Circa l'80% della popolazione vive in una condizione di povertà estrema, posizionando così il paese al penultimo posto nel mondo nella relativa classifica. Il 70% degli haitiani lavora nel settore rurale, rappresentato principalmente da agricoltura di sussistenza, praticata a livello famigliare. Il paese attualmente ha subito, anche, un aumento dell'economia sommersa. Durante le amministrazioni Aristide e Alexandre-Latortue, i mancati accordi con donors internazionali hanno reso quasi impossibile l’accesso di Haiti agli aiuti necessari a poter varare politiche di reale sviluppo. La maggioranza degli aiuti di solidarietà sono andati in operazioni di assistenzialismo a causa della mancanza di politiche strutturali di investimento. La violenza è diventata negli ultimi 20 anni devastante. La situazione generale di instabilità, sotto ogni punto di vista, ha causato una sostanziale assenza di investimenti nel Paese anche da parte di imprese straniere, cosa che invece, nella vicina Repubblica Dominicana, ha consentito un sostanziale miglioramento della qualità di vita e di accesso a risorse primarie per la popolazione a più basso reddito. Haiti, da più di due decenni, si barcamena tra deficit profondi della bilancia commerciale e un’inflazione sempre in crescita. Sintomatico il fatto che buona parte del PIL è costituito dalle rimesse degli haitiani emigrati all’estero e dalle tasse sulle telefonate provenienti dai Paesi dove le lavoratrici e i lavoratori suddetti stanno lavorando.

Il Paese con il maggior tasso di migrazione di haitiani è la vicina Repubblica Dominicana, dove rappresentano i lavoratori più sfruttati e con meno garanzie, essendo per la quasi totalità informali, spesso inesistenti persino nell’anagrafe del loro Paese d’origine, privi di documenti di identificazione ed impiegati come braccianti agricoli ed operai nei cantieri di costruzione dei grandi resort. Si calcola, con una stima approssimativa derivante dalle analisi delle Organizzazioni umanitarie presenti nell’isola, che siano tra i 2 e i 4milioni le lavoratrici e i lavoratori haitiani presenti in Dominicana. Reperiti con metodi di caporalato sono costretti a lavorare per 12-15 ore di seguito, sette giorni su sette e con paghe risibili. Questo sta, peraltro, causando una forte crisi sociale tra dominicani ed haitiani con sempre più episodi di razzismo di cui sono vittime gli haitiani. La forte migrazione irregolare degli haitiani, causata dalla ormai permanente situazione di povertà ed instabilità del Paese che fa di Haiti l’unica nazione dell’America latina con indicatori paragonabili a quelli dei Paesi africani, è destinata ora a crescere, visto il recente terremoto che provocherà, logicamente, una forte spinta a cercare condizioni di vita, per quanto sempre drammatiche, migliori di quelle che un Paese che oggi si presenta senza alcuna prospettiva può offrire.

A questo riguardo la Confederación Sindical de Trabajadores y Trabajadoras de las Americas (CSA), Regionale dell’ITUC, in un comunicato stampa sul terremoto diramato il 13/01/2009 a firma del suo Segretario generale, Víctor Báez Mosqueira, ha dichiarato che “Una ricostruzione non è sufficiente ma bisogna togliere il Paese dalla povertà”. Una posizione condivisibile visto che il terremoto acutizzerà una situazione che, in ogni caso, era già di per sé drammatica.

 

*Responsabile Iscos Cisl per l'America Latina